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Archeologia

Alla ricerca (virtuale) del mondo perduto

La realtà virtuale non solo mostra ciò che resta di Palmira, Mosul o Aleppo, ma è anche uno strumento utile alla conservazione preventiva

Una «visita immersiva» nell'area archeologica di Leptis Magna, in Libia. © Ubisoft

Parigi. Le immagini 3D giganti dei templi devastati di Palmira, delle città martiri di Aleppo e Mosul e del sito archeologico in pericolo di Leptis Magna, in Libia, sono proiettate all’Institut du Monde Arabe (Ima) per la mostra «Cités millénaries» (fino al 10 febbraio). Un viaggio virtuale nei siti patrimonio dell’Unesco minacciati dalle guerre e dal terrorismo,che ha l’obiettivo di rendere il pubblico più consapevole della gravità delle distruzioni.

La mostra «è un manifesto per trasmettere la storia», ha detto la sua curatrice Aurélie Clemente-Ruiz: «Una delle missioni dell’Ima è di far conoscere e spiegare ciò che succede nel mondo arabo». Il presidente dell’Ima, l’ex ministro della Cultura Jack Lang, ha partecipato all’istituzione dell’Aliph-l’Alliance for the Protection of Heritage in Conflict Areas creata nel marzo 2017 dalla Francia e dagli Emirati Arabi, con il sostegno dell’Unesco. L’Aliph, il cui comitato scientifico è presieduto da Jean-Luc Martinez, direttore del Louvre, sta già operando alla riqualificazione del museo di Mosul e al recupero della tomba di Askia a Gao, in Mali. E ha anche appoggiato la mostra dell’Ima che, per sensibilizzare il pubblico, ricorre alla tecnologia digitale d’ultimissima generazione.

Attraverso le proiezioni «a parete» delle immagini 3D, in cui sembra di poter «entrare», ci si rende conto di ciò che resta oggi del tempio di Baalshamin, a Palmira, dopo i saccheggi dell’Isis, o della grande moschea al-Nouri di Mosul, che con la guerra ha perso il suo minareto. Al termine del percorso di visita (in partenariato con il gigante dei videogiochi Ubisoft), si può indossare un casco di realtà virtuale e avere l’impressione di entrare nelle rovine del suq di Al-Zarb a Aleppo e di toccare con mano le colonne di marmo della chiesa di Nostra Signora dell’Ora, a Mosul, così come l’hanno lasciata i miliziani dell’Isis.

Al di là dell’aspetto spettacolare, il lavoro di digitalizzazione realizzato sui siti storici ha un valore estremamente concreto. Le immagini sono state realizzate dalla startup francese Iconem, fondata dall’architetto Yves Ubelmann, che ne è anche il presidente: «Questo lavoro è importante innanzitutto per quella che viene chiamata conservazione preventiva, ci ha spiegato Ubelmann. Più l’immagine che si ottiene dello stato di distruzione del sito e delle sue fragilità è precisa, più si potrà agire in modo cosciente e oppurtuno nella fase di restauro. La documentazione digitale è uno dei migliori strumenti a cui si può ricorrere oggi per mettere a punto strategie pertinenti di conservazione del patrimonio».

Grazie anche all’uso dei droni, i tecnici dell’Iconem hanno raccolto sui siti migliaia di immagini, che poi sono state rielaborate da potenti server in Francia per costituire dei modelli 3D di estrema precisione. «Abbiamo potuto accedere ai siti nei giorni successivi agli scontri. Lavoriamo con gli archeologi locali e sono loro che si sono occupati dell’aspetto logistico e delle autorizzazioni. Ma, ha spiegato Ubelmann, le procedure sono state a volte molto complicate e, poiché si tratta di zone non sicure, il tempo a nostra disposizione per le riprese era molto limitato». Appena qualche giorno per «sorvolare» Palmira, Aleppo e Leptis Magna, la «Roma africana», in Libia.

Il progetto iniziale includeva anche Sanaa, ma l’accesso alla capitale dello Yemen non è stato possibile. Ubelmann è potuto rimanere invece due settimane a Mosul. Per la città diventata bastione dell’Isis e liberata nel 2017, l’Iconem, in collaborazione con l’Unesco, ha realizzato una cartografia esatta della città: «A partire dai nostri dati, i conservatori potranno stabilire quali sono i monumenti di valore culturale che sono stati maggiormente danneggiati e da cui si potrà cominciare a ricostruire».

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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