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Quando l’America scoprì Somaini

Una retrospettiva alla Open Art

«Nauta II», di Francesco Somaini

Prato. L’America, per Francesco Somaini (1926-2005), era a due passi. Non solo perché la sua vocazione a una scultura capace di dialogare con l’architettura era coerente con il profilo e gli spazi delle metropoli statunitensi, o perché il suo linguaggio di matrice informale incontrava il gusto dei grandi collezionisti d’oltreoceano (una fortuna in comune con quella ottenuta, in pittura, da Afro).

C’era un’altra ragione, forse più banale eppure fondamentale: «La sede della galleria Odyssia di Roma, dove nel 1959 allestisce una personale, non era lontana dall’Ambasciata americana; e americana era anche la sua fondatrice, che introdusse l’allora poco più che trentenne scultore tra i facoltosi collezionisti suoi connazionali, spiega sua figlia Luisa Somaini, che a Milano presiede l’Archivio intitolato all’artista. Nello stesso anno, la sua partecipazione alla Biennale di San Paolo, fortemente sostenuta dagli americani come contraltare a quella di Venezia, lo impone all’attenzione di un più vasto pubblico statunitense».

Così, quando nel 1960 espone all’Istituto Italiano di Cultura a New York, nella Grande Mela non è certo uno sconosciuto. Nelson e John D. Rockefeller, Joseph Hirshhorn, Lydia Winston Malbin, l’architetto Philip Johnson sono alcuni dei sostenitori di Somaini in America; oltre ad acquistarne opere, ne favorirono l’acquisizione da parte dei grandi musei, MoMA incluso.

La collaborazione di Luisa Somaini è stata determinante per organizzare una mostra che dal 24 novembre al 9 febbraio, presso Open Art, è incentrata sulla stagione americana dell’artista lombardo.

In catalogo, un testo di Francesco Tedeschi ricostruisce quel fondamentale periodo che, continua la storica dell’arte, «in mostra parte da “Canto aperto” (1955-56), un bronzo appartenente all’ultima fase legata al Mac e prestato dal Mart di Rovereto/Collezione VAF, e termina con alcune sculture del ciclo delle “Cadute’, della fine degli anni Sessanta, la cui verticalità è in rapporto con quella dei grattacieli americani».

Tra le rarità, il bozzetto (ancora concesso dal Mart) per la scultura eretta al Charles Center Plaza di Baltimora, una delle tre opere monumentali americane di Somaini, insieme a quelle concepite per Atlanta e Rochester; «Nauta II» (1960), importante anche per la sperimentazione tecnica, trattandosi di un piombo antimoniato lavorato direttamente a fiamma ossidrica ed esposto alla Biennale di Venezia del 1960; oppure «Racconto sul cielo» (1961) appartenuto al citato John D. Rockefeller III, una delle tre opere in mostra provenienti da collezioni americane.

Dopo il 1960 le forme magmatiche di Somaini accentuano il loro tormentato modellato, per poi ricomporsi nell’essenzialità delle citate «Cadute».

La mostra è completata da un nucleo di opere su carta; di pregio museale, anticipa l’uscita del Catalogo ragionato della scultura di Somaini, curato da Luciano Crispolti e da Luisa Somaini «la cui pubblicazione, conclude la studiosa, dovrebbe avvenire nel 2019».

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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