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Il futuro di Dalí

Per il nuovo presidente Jordi Mercader dev’essere: connoisseurship, expertise e storytelling

Jordi Mercader è presidente della Fondazione Gala-Salvador Dalí dal 2017. Foto: Josep Algans, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres 2018

Figueras (Spagna). Jordi Mercader presiede la Fondazione Gala-Salvador Dalí dal settembre 2017. Ingegnere industriale, è presidente del gruppo cartario Miquel y Costas & Miquel. In esclusiva a «Il Giornale dell’Arte» descrive le linee direttrici che intende dare alla Fondazione.

Quali sono i principali progetti in programma?

Una mostra con il Museo del Prado, che cede in prestito al Teatro Museo Dalí di Figueras, dal 26 novembre al 6 gennaio 2019, il dipinto di Raffaello «La Madonna della rosa» per commemorare i 200 anni della sua fondazione. Verrà esposto insieme al dipinto di Dalí «L’ascensione di santa Cecilia» e a disegni e documenti inediti che hanno un riferimento con Raffaello, per il quale Dalí aveva una venerazione. Una grande mostra internazionale del 2019 è prevista al Grimaldi Forum di Montecarlo da luglio a settembre. Per il 2020 e il 2021 stiamo preparando un progetto in Cina, che andrà oltre la produzione di una mostra: includerà, tra l’altro, la formazione, la traduzione del catalogo ragionato dei dipinti in mandarino e, soprattutto, la protezione dell’opera di Dalí.

E all’interno della fondazione?
Attueremo un cambiamento organico della tecnologia di gestione. La grande solvibilità finanziaria ed economica di cui dispone la fondazione è da preservare a ogni costo e ci permette di affrontare il futuro anche in situazioni di difficoltà. La fondazione deve costituire un riferimento non solo per i risultati che ottiene ma anche per come li ottiene. Applicheremo questi meccanismi per migliorare le attività che hanno a che vedere con i diritti d’autore, le licenze, il merchandising, i libri. Stiamo procedendo alla preparazione dei cataloghi ragionati della scultura e dell’opera grafica, per i quali coinvolgeremo specialisti in grado di fornirci ulteriori contributi di conoscenza, emettere giudizi sulla qualità delle opere e fornire expertise.

Attuerete politiche espansive per attrarre più visitatori nei tre musei dedicati a Dalí?

Il Teatro Museo non si può toccare, perché è l’opera del fondatore, inoltre il 60% delle visite avviene durante l’estate, quando non c’è spazio per accogliere altre persone. Abbiamo aumentato le misure di sicurezza, per evitare rischi. Possiamo migliorare tutto ciò che facilita la comodità nella visita al museo e la comprensione dei contenuti. La casa a Port Lligat è sempre piena, abbiamo fatto investimenti importanti nel giardino, aprendo l’uliveto e la piscina, e modifiche all’interno. Il castello di Pubol va potenziato, lo valorizzeremo.

Qual è la posizione della Fondazione rispetto ai contratti firmati da Dalí?

Cambieremo il nostro orientamento strategico. Non inseguiremo cause legali, ma proteggeremo collezionisti e compratori, offrendo un’opinione qualificata quando acquistano un’opera e desiderano avere certezze. Non possiamo permettere che si giochi con l’ambiguità di un contratto e sulla mancanza di conoscenza di colui che compra.

A che cosa si deve questo cambiamento?

Discutere fino a che punto Dalí aveva concesso o meno determinate condizioni è un percorso troppo complicato. Tutti sappiamo com’era Dalí, diceva che se un’artista non viene falsificato non è nessuno, che il suo prestigio aumenta proporzionalmente alle imitazioni della sua opera, e se la rideva. Dal punto di vista di un artista questo atteggiamento è perfino difendibile, ma quando si acquista un’opera, essa deve soddisfare determinate e precise condizioni. Proteggere l’opera di Dalí è uno dei nostri obblighi, la nostra conoscenza dovrà essere eccellente affinché il nostro giudizio sia migliore, e dovremo far sapere che esiste. Più verremo interrogati, migliore sarà la nostra qualità e credibilità come referenti per l’expertise. Alla fine quello che conta è ciò che faranno i collezionisti. Affinché la fondazione diventi il referente per tutto ciò, avremo bisogno che la nostra conoscenza sia riconosciuta. Alla fondazione conviene, perché il mondo della cultura sta andando su strade molto diverse da quelle che abbiamo conosciuto fino a ora.

L’attività intellettuale di Dalí, oltre alla sua opera artistica, è molto potente e meno conosciuta di quanto dovrebbe.

L’intelligenza di Dalí è tale che può risultare irritante. Sono ingegnere, volevo fare lo scienziato e mi sono dedicato alla Fisica atomica per qualche tempo in Francia. Dalí aveva una conoscenza non comune di questi temi: per esempio, non è da tutti saper dare un senso al principio d’incertezza di Heisenberg. Pochi sanno che Dalí quando era adolescente fu uno dei primissimi abbonati in Spagna all’«Humanitè», il giornale del Partito comunista francese, o che fosse in corrispondenza con Stefan Zweig. Dalí è pieno di questi aspetti intellettuali che intendiamo valorizzare.

Alessandro Allemandi, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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