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Troppi Klimt

A cent’anni dalla morte ancora incertezze nelle attribuzioni delle restituzioni ex naziste

Un particolare del quadro di Gustav Klimt «Rose sotto gli alberi di mele» (1905) di proprietà del Musée d'Orsay di Parigi e un particolare del quadro «Albero di mele II» (1916) in prestito dalla Fondation Vuitton di Parigi e ritirato dalla mostra al Leopold Museum di Vienna

Vienna. Non sembra esserci pace per gli artisti viennesi attivi tra Otto e Novecento, le cui opere suscitarono l’interesse o la denigrazione dei nazisti. Ancorché tardivamente, la legge del 1998 sulla restituzione di opere d’arte razziate o acquistate al ribasso o con ricatti, e grondanti sangue dell’Olocausto, ha dotato l’Austria di una normativa che altri Stati coinvolti nelle zone grigie e nere del mercato dell’arte durante il Terzo Reich e nel dopoguerra, primi fra tutti la Germania e la Svizzera, sono ancora lungi dall’avere. Tuttavia, la buona volontà non è sempre garanzia di giusti esiti: a distanza di decenni da razzie e appropriazioni, appurare verità (spesso ormai prive di documenti probanti) è un’impresa lunga e ardua, e l’errore è sempre in agguato.

Accertato è ormai quello riguardante un quadro selezionato per la mostra del Leopold Museum per il centenario della morte di Gustav Klimt, tolto dall’esposizione il giorno prima dell’apertura, a fine giugno (la mostra chiude il 4 novembre). Fra i 300 oggetti previsti, avrebbe dovuto esservi infatti anche «Apfelbaum II» (Albero di mele II, 1916), in prestito dalla Fondation Vuitton di Parigi: 80x80 cm, stimato una trentina di milioni di euro, razziato durante il nazismo e donato nel 1961 da Gustav Ucicky, figlio naturale di Klimt, al Belvedere di Vienna.

Il 27 novembre 2001 il museo lo aveva restituito agli eredi di Nora Stiasny, sulla base di un’unanime raccomandazione della Commissione austriaca per la Restituzione del 10 ottobre 2000. Nel 2015 si era tuttavia improvvisamente aperto un nuovo capitolo della vicenda, con l’entrata in scena degli eredi della famiglia Lederer, al tempo grande collezionista di Klimt, che avevano chiesto la restituzione di quello stesso quadro, perché i loro antenati erano proprietari di almeno due varianti dell’«Albero di mele» di Klimt, di cui una («L’albero di mele d’oro») sarebbe bruciata nel rogo del castello di Immendorf alla fine della seconda guerra mondiale, mentre l’altra, definita come «abbozzo a olio», potrebbe essere quella restituita agli eredi Stiasny.

In ragione dei dubbi in proposito, già cautamente formulati nel decreto della Commissione nell’anno 2000, il caso era stato riaperto, per poi essere chiuso il 12 luglio 2017 sulla base di nuovi documenti, con la dichiarazione da parte della Commissione, che «Apfelbaum II» non avrebbe dovuto essere restituito agli eredi Stiasny. Troppo tardi però, perché nel frattempo il quadro era stato venduto del tutto legittimamente da quegli stessi eredi alla Fondation Vuitton, con sede a Parigi.

L’effettivo «Albero di mele» di Nora Stiasny, viene detto ora, sarebbe un’altra di 6 varianti con alberi di mele, dipinte da Klimt. Razziata anch’essa durante il nazismo, sarebbe passata nelle mani di un ex amico di Nora, da questi poi lasciata in eredità alla propria segretaria, e quindi venduta attraverso un mercante elvetico nel 1980 al Musée d’Orsay di Parigi, col nome di «Rose sotto gli alberi di mele».

Un garbuglio che apre scorci istruttivi non solo sulle pratiche naziste e difficilmente potrà avere esiti certi, da un lato perché a tutt’oggi mancano prove che «Apfelbaum II» sia una delle due varianti della famiglia Lederer, e dall’altro perché la Francia non ha una legge sulla restituzione.

La decisione del Leopold Museum di togliere il dipinto dalla mostra appare dunque essere stata una misura prudenziale, anche se il laconico comunicato che l’annunciava non ne piegava il perché del provvedimento, attuato soltanto alla vigilia dell’apertura, e il direttore Hans-Peter Wipplinger, dietro nostra richiesta, non ha voluto approfondire.

Un imbarazzo palpabile, giustificato anche dal fatto che furono due quadri di Egon Schiele, dalla collezione Rudolf Leopold, sequestrati nel 1997 dalle autorità statunitensi in occasione di una mostra a New York, in seguito a una richiesta di restituzione, a mettere in moto la valanga dei dibattiti internazionali e dei procedimenti contro musei e istituzioni.

Anche l’altro organizzatore della mostra, la Klimt Foundation creata a Vienna nel 2013, sembra difficilmente incline a evocare il tema restituzioni, visto che la sua collezione è quella del più che controverso Gustav Ucicky.

Flavia Foradini, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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