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Eretici e profeti

Il falsario crea, l’artista replica

Parla l’uomo che per anni ha ingannato tutto il mondo dell’arte: Wolfgang Beltracchi

Wolfgang Beltracchi. Foto di Franziska Beltracchi

Considerato uno dei maggiori falsari degli ultimi decenni, e la sua incarcerazione nel 2010, con l’accertamento di 14 falsi, piazzati sul mercato a prezzi milionari, ha prodotto un terremoto nel mondo dell’arte, screditando in un colpo solo mercanti, galleristi, periti, case d’asta, collezionisti di livello internazionale, e ha poi prodotto una corsa a scuse, giustificazioni, tentativi di riparazione, incarichi per analisi dei propri acquisti in odore di falsità, e cause di risarcimento altrettanto milionarie. Dagli inquirenti i suoi falsi sono stati quantificati in un’ottantina, per la maggior parte messi per così dire tra parentesi in virtù della prescrizione, perché venduti prima del 2000. Tuttavia, Wolfgang Fischer, alias Wolfgang Beltracchi, tedesco nato nel 1951, sostiene che i suoi falsi siano molti di più, circa trecento. Dopo un processo lampo, e dopo aver scontato una pena di sei anni, perlopiù in regime di semilibertà, dal gennaio 2015 il falsario che ha legato il proprio nome ad artisti come Max Ernst, Max Pechstein, André Derain o Heinrich Campendonk, è tornato in circolazione con uno sconto di pena, ed è di nuovo in attività a pieno ritmo, questa volta del tutto legalmente, visto che ora firma i suoi quadri con il proprio nome.

Wolfgang Beltracchi, benché le sue vicende giudiziarie siano più che note all’opinione pubblica, nei Paesi di lingua tedesca lei è diventato una star mediatica e frotte di vip fanno a gara per farsi ritrarre da lei. Ha pagato per le sue truffe ed è riuscito a voltare pagina, risalendo la china?

Oh sì. I miei quadri di grande formato sono quotati tra 250 e 300mila euro. Oggi, e nessuno lo pensava possibile, ho di nuovo una situazione che mi vede del tutto indipendente.

Chi compra i suoi quadri, visto il suo passato?

Collezionisti da tutto il mondo. Nel frattempo ne ho talmente tanti che non riesco a soddisfare le richieste. Di regola i miei quadri sono già venduti prima ancora che siano finiti. Non ho un mercato in senso stretto, perché per esempio le grandi case d’asta si vogliono tenere alla larga da me, anche se con tutta quella gente ho avuto buoni rapporti d’affari per venti-trent’anni. Ovviamente non sapevano che i quadri erano falsi. Dato che naturalmente so parecchio del settore, ho conosciuto una notevole quantità di gente e ho visto che cosa succede, non sono uno che sostiene molto questo mercato dell’arte. È un cartello con strutture mafiose, e non voglio averci a che fare. Però la realtà è che i miei dipinti sono appesi accanto a Richter o Warhol o chissà chi, e che i miei quadri sono tutti uno diverso dall’altro: io non dipingo sempre la stessa cosa, perché lo troverei estremamente poco creativo. Se penso a gente come Baselitz, che da cinquant’anni appende i suoi quadri a testa in giù ed è anche un pittore mediocre... La qual cosa lui del resto ammette: ha sempre voluto diventare pittore ma non aveva il talento necessario.

E che dice di Jeff Koons?

Ma quelle sono fabbriche e bisogna sempre usare le virgolette, quando si dice: «grandi» artisti. Sono tutti fabbriche.

Anche la sua era una fabbrica, di falsi.

No, non era una fabbrica, perché io dipingevo quadri singoli e non li ho mai replicati, erano sempre pezzi unici da un certo contesto, un certo periodo, con una certa tecnica e anche una certa narrazione: erano sempre pezzi ispirati e pensati dentro un’epoca. Quelli invece producono migliaia di oggetti che vengono venduti in tutto il mondo in cambio di molto denaro, e vengono esposti. Ai Weiwei, per esempio, ha un numero imprecisato di mostre in tutto il mondo. Un essere umano semplicemente non può farlo da solo, è impossibile, io dipingo 20-25 quadri all’anno, di più non si può. Per le altre factory è la stessa cosa. E questo dipende dal fatto che questa gente viene venduta da grandi mercanti, viene spinta, e si organizzano mostre, e tutti ci guadagnano un sacco di quattrini. Questi artisti tra virgolette guadagnano somme incredibili. E gli altri guadagnano assieme a loro. Ed è per questo che tutto funziona. Naturalmente in linea di principio non vi è nulla da obiettare, fintanto che ci sono persone che pagano. È commercio, però non ha nessuna originalità, non si tratta di quadri unici: sono fabbriche. Comunque, a mio avviso, la cosa davvero pessima è che alla gente, all’uomo della strada al di fuori del mondo dell’arte, viene fatto credere che quelle opere siano rare, uniche, e naturalmente non è vero per niente: ci sono immensi magazzini pieni di pezzi in attesa di essere venduti. È un sistema, e gli affari funzionano bene, in parte pure con artisti morti, come Rothko, che è anche lui un buon esempio. La gente viene ingannata, turlupinata, e investe il proprio danaro in una faccenda molto molto vaga. Comunque non muovo accuse, la cosa non mi interessa.

Lei però ha tratto profitto dal quel sistema per quarant’anni.

Esatto, ne ho tratto profitto, ma non voglio più far parte di quel gioco, in nessun caso.

E allora che cosa fa ora, a che cosa sta lavorando?

A molte cose. Attualmente ho in corso il progetto «Kairos. Il momento decisivo», ideato e finanziato dall’imprenditore e gallerista Christian Zott, che mi ha chiesto di calarmi nel tratto artistico di vari pittori e creare 28 opere originali, inserite in diverse epoche della storia dell’arte europea. È una carrellata attraverso momenti decisivi della storia, filtrati attraverso la sensibilità, il mondo, lo stile, di artisti che ho scelto, come Cranach, William Turner, Van Gogh, Grosz, Monet, Boccioni. Il debutto è stato a Venezia, alla Biblioteca Nazionale Marciana, e a seguire Amburgo e Vienna, e vi saranno altre città, laddove a partire da Amburgo la mostra viene via via ampliata: sto lavorando infatti a ulteriori 12 quadri di grande formato, che reinterpretano il passato.

Quei quadri portano il suo nome. A parte il fatto che ora la firma è la sua, il suo metodo di lavoro è rimasto lo stesso? Lei continua cioè a cercare soggetti inediti, che si armonizzano con la produzione di un artista del passato e li realizza sulla tela?

Il metodo è rimasto lo stesso, sì, però ora con i miei quadri non devo più rispettare i confini temporali: se faccio un falso datato 1914, è tassativo rispettare quel confine temporale, devo ignorare tutto ciò che è accaduto dopo, tutti i saperi, tutti i quadri creati dopo il ’14, devo evitare di pensarci, devo stare nel ’14 e immergermi. È una cosa molto difficile, è forse l’aspetto più arduo del procedimento: non si può andare oltre. Dopo aver studiato un pittore, so che cosa aveva mangiato, sento l’odore del suo cibo, di notte sogno la situazione in cui si trovava.

Lei lavora insomma come un attore di matrice stanislawskiana.

Sì, è come il Free Method Acting, infatti chiamo il mio metodo Free Method painting.

Oltre a un’immersione totale nel mondo e nell’iconografia di un artista, quali sono le qualità di un buon falsario?

La professione di falsario di dipinti implica che si è storico dell’arte e che si è restauratore, che si è pittore e che si hanno conoscenze scientifiche, almeno in un certo settore. Ma lo sa quanti quadri ho restaurato nella mia vita? Mio padre era pittore di chiese dall’età di 12 anni, dopo la scuola invece di andare al campo di calcio andavo in chiesa con lui. Assieme a mio padre ho restaurato dipinti e affreschi già all’età di 15-16 anni. A 17 sapevo dipingere qualsiasi cosa. Ho studiato anche disegno anatomico e scultura. E mi può credere: per tutto quel che concerne un artista, io so quanto qualsiasi storico dell’arte.

Però è cascato su un tubetto di bianco al titanio che lei usò per il suo «Quadro rosso con cavalli», con firma falsa di Heinrich Campendonk.

Quel giorno non avevo un bianco di zinco e ho preso un bianco già fatto, in cui c’era un pochino di titanio, che però non era indicato nell’etichetta. Vede, ci sono centinaia di pigmenti e prima o poi l’errore arriva. Comunque sia, la verità è che sono uno dei massimi falsari mai esistiti e faccio parte della storia dell’arte.

I musei però probabilmente non compreranno le sue opere.

Certo che sì, al più tardi quando sono morto.

Dopodiché lei sarà presente nei musei sia con sue opere firmate, sia in incognito, grazie ai suoi falsi?

Io sono appeso in incognito in molti musei. Vedo spesso miei dipinti. Per esempio in Giappone ce ne sono molti. Ho almeno un centinaio di volumi (cataloghi ragionati, cataloghi di mostre, di musei, di aste) in cui sono pubblicati quadri miei, da tutto il mondo.

In seguito al processo e alla sua dichiarazione di fallimento, lei ha dovuto informare i suoi compratori. C’è chi ancora non sa?
Io vendevo soltanto a grandi mercanti o a case d’asta, ed erano solo una decina, non vendevo a singole persone. Noi abbiamo informato i nostri compratori e loro potevano informare i loro clienti. Abbiamo detto loro che potevano ridarci i quadri. Naturalmente non abbiamo indicato ogni singolo dipinto. Abbiamo detto: tutto ciò che avete comprato da noi era falso. Beh, non hanno reagito affatto. Non abbiamo ricevuto indietro nemmeno un quadro.

Flavia Foradini, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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