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Restauro

Firmata e miracolosa

La «Madonna di san Luca» di Santa Maria del Popolo è di Filippo Rusuti, autore sottostimato

Particolare dela «Madonna di San Luca» di Santa Maria del Popolo dopo il restauro

Roma. È una delle icone taumaturgiche più venerate a Roma, al punto che la sua fama si è diffusa per tutta Italia attraverso varie copie o repliche, come quella del Santuario della Consolata a Torino o quella commissionata a Melozzo da Forlì da Alessandro Sforza, signore di Pesaro, e persino all’estero.La «Madonna di san Luca» di Santa Maria del Popolo è in mostra fino al 18 novembre in Castel Sant’Angelo (catalogo Silvana Editoriale) grazie a una collaborazione tra Polo Museale del Lazio, Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno cui l’opera appartiene (sono 820 le chiese in Italia di sua proprietà) e Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti Paesaggio di Roma che ha curato il restauro cui è stata appena sottoposta.

Santa Maria del Popolo venne fondata nel 1099 da papa Pasquale II, lo stesso anno della conquista del Santo Sepolcro, con lo scopo di schiacciare le forze del male rappresentate dalle ceneri dell’imperatore Nerone che infestavano l’area. La leggenda vuole che l’icona miracolosa, acheropita (cioè non dipinta da mano umana), vi sia stata trasferita, nel 1235 e con solenne cerimonia, dal Sancta Sanctorum in Laterano. Sempre secondo la leggenda si tratta di uno dei quattro o più ritratti della Madonna eseguiti da san Luca evangelista, non a caso protettore degli artisti.

Diretto da Simonetta Antellini il restauro dell’opera, una tela impannata su tre assi di noce, è consistito nelle tre operazioni di rito: pulitura, consolidamento e integrazione secondo i principi brandiani di lacune e strati pittorici. La pulitura ha però portato a una scoperta clamorosa:  sono riemersi dei lacerti di firma che il medievista Alessandro Tomei ha subito riconosciuto come quella di Filippo Rusuti, uno dei tre maestri che dominano la scena romana negli ultimi decenni del XIII secolo.

L’icona, a tal punto bella e raffinata che nel Quattrocento per tre volte venne portata in processione per scongiurare l’attacco dei Turchi, rappresenta una tradizionale Madonna Odigitria, «colei che mostra la via», cioè il Bambino benedicente che ha in braccio. Finora era stata attribuita al Maestro di San Saba, autore di una serie di affreschi di fine Duecento nell’omonima chiesa sul «piccolo Aventino». «Sono ancora dell’opinione che la mano delle pitture di San Saba sia la stessa che ha realizzato l’icona, ha dichiarato Tomei. Dunque anche gli affreschi della Chiesa di San Saba sarebbero da attribuire a Rusuti».

Per lo studioso, il Rusuti, che firma la fascia alta dei mosaici della facciata di Santa Maria Maggiore oggi poco visibile a causa del portico addossato nel Settecento da Ferdinando Fuga, Jacopo Torriti e Pietro Cavallini «sono stati sempre sottovalutati e considerati una sorta di provincia bizantina, rispetto alla scuola toscana di Giotto e Cimabue. Invece ritengo che la formazione romana anche di Giotto sia fondamentale, maggiore persino di quella fiorentina». Ma non solo: le analisi della tavola hanno rivelato elementi metallici interni precedenti al dipinto, tanto che Simonetta Antellini non esclude l’ipotesi che possa trattarsi di quella fatta trasferire dal Sancta Sanctorum da papa Gregorio IX.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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