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Mostre

Trilogia con profezia

Al Museo Archeologico Venia Dimitrakopoulou

«Secret Armor II», 2017, di Venia Dimitrakopoulou

Palermo. «Materia, logos, suono»: all’insegna di questa triade Venia Dimitrakopoulou (Atene, 1965), intraprende un viaggio in Italia, a cura di Afrodite Oikonomidou e Matteo Pacini. La prima tappa è Palermo, presso il Museo Archeologico, dal 16 novembre al 3 febbraio; ognuna delle tre «stazioni» di questo percorso da sud-ovest a nord-est (nel 2019 la mostra toccherà Torino e Trieste) è stata concepita dall’artista a misura del luogo che la ospita.

È un modo, anche, per poter mostrare la versatilità dell’autrice, che spazia dalla scultura alla grafica, dall’installazione alla performance, dall’imponenza dell’arte monumentale all’intangibilità di opere sonore. In Sicilia si affaccia con forza l’anima scultorea, ma in rapporto con un concetto più complesso, che è quello del dialogo tra diverse materie. Volti «parlanti» di antichi eroi, abitatori di poemi e tragedie, sono evocati nel magma pietrificato dell’isola di Egina, dove ha sede lo studio dell’artista, «un paesaggio, spiega, che ti fa sentire che dentro di te, nei meandri più reconditi, si nasconde un mito, una persona, una storia che viene da lontano».Più recenti le «lance» in marmo, «androgine, affilate e curve».

Ma tra pietra e bronzo trova spazio anche la carta, altro materiale prediletto dall’artista, una delle cui opere simbolo è ispirata alla fatale veste di Nesso, il centauro ucciso da Eracle, e poi donata all’eroe dalla sua sposa Deianira, secondo una narrazione mitologica in cui s’intreccia l’eterno dialogo tra amore e morte. Gli estremi che si toccano, l’alfa e l’omega, l’idea stessa di frontiera (ribadita dalla posizione geografica delle tre città scelte per la mostra) e di osmosi tra civiltà diverse sono del resto il tema dominante della ricerca di Venia Dimitrakopoulou. Una circolarità ribadita anche dall’ossimoro contenuto nel titolo di questa trilogia italiana, dedicata a un «Futuro primordiale».

Un ossimoro sono anche i «Promahones», monumentali bastioni in metallo, un’opera che dopo essere stata presentata ed esposta al Museo Benaki di Atene nell’inverno 2014-15, ha trovato la sua collocazione nel cortile principale del Museo Archeologico Nazionale di Atene. Sono in realtà mura attraversabili, che invitano allo sconfinamento ben più che alla difesa; ma, insieme, sono anche il simbolo della responsabilità dell’artista come portatore di valori civili, difesi proprio nel nome dell’accoglimento delle differenze e delle contaminazioni culturali, argomento quantomai attuale nell’Europa dei sovranismi di ritorno. È del resto nell’accoglimento e nella pratica del dialogo che Salvatore Settis ha rinvenuto le origini, le ragioni e il «Futuro del classico», tema di un suo noto intervento.

A Trieste (tra il Museo Sartorio e il Castello San Giusto) i «Promahones» saranno evocati attraverso le ombre che proiettano le loro forme archetipe e dunque astratte, e tramite il suono ottenibile dalle loro strutture, una volta utilizzate come strumento di percussione. «L’appartenenza culturale è un concetto che da tempo travalica la provenienza geografica o antropologica, scrive in catalogo (Allemandi) il curatore Franco Fanelli. Ed è la disponibilità a una genuina (e necessaria) apertura agli elementi e agli archetipi di più culture a caratterizzare una possibile e libera figura d’artista nel presente».

Concetti, questi, ribaditi nella tappa intermedia, a Torino presso la Fondazione Sandretto, le cui pareti minimaliste sono state interpretate dall’autrice alla stregua di pagine bianche, adatte ad accogliere il logos, la parola. Cuore della mostra, una monumentale epigrafe: parole come di fuoco attraversano una piastra d’acciaio solcata da un fulmine. Vi s’intrecciano utopia e profezia «…E le anime degli artisti saranno risvegliate…E saranno gli occhi visibili di una società accecata».

Michele Stampatori, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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