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Restauro

L’orgoglio di essere restauratore

Un convegno su Mauro Pellicioli e i suoi rapporti con istituzioni e grandi personaggi

Mauro Pellicioli a Venezia, 1970 ca. Archivio famigliare

Il 14 novembre nelle Gallerie dell’Accademia e il 15 a Palazzo Ducale il convegno internazionale di studi «Mauro Pellicioli e la cultura del restauro del XX secolo» approfondisce la storia del restauro in Italia e in Europa a partire da una figura cardine di questa storia, il cui operato andò molto oltre gli innumerevoli interventi su opere celebri che condusse dagli anni Dieci agli anni Sessanta. Nelle prime due sessioni il convegno, promosso dall’Associazione Giovanni Secco Suardo, analizza i rapporti di Pellicioli con grandi storici dell’arte, soprintendenti e conoscitori approfondendo nella terza sessione il suo rapporto con l’Istituto Centrale del Restauro. La quarta sessione prevede relazioni sulla sua bottega e sulle esperienze all’estero. L’ultima è dedicata alle fonti documentarie. I lavori si chiudono con una tavola rotonda sull’insegnamento del restauro. Nel Comitato scientifico e tra i relatori figurano numerosissimi personaggi di rilievo del mondo della cultura italiana e internazionale.

Mauro Pellicioli (Lonno di Nembro, Bg, 15 gennaio 1887 - Bergamo, 2 febbraio 1974) è stato il più importante restauratore italiano di dipinti della prima metà del Novecento e occupa un posto di assoluto rilievo nella storia della cultura del restauro. Tale incontestabile primato deriva dalle migliaia di interventi da lui condotti, da quelli sui più famosi cicli di pittura murale (Giotto nella Basilica Superiore di Assisi e nella Cappella degli Scrovegni a Padova, la Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova, il Cenacolo di Leonardo), a quelli su dipinti di Giovanni Bellini, Mantegna, Carpaccio, Giorgione, Tiziano, Raffaello, Veronese, Tintoretto e tanti altri. Nelle mostre degli anni Trenta e nei riordinamenti di musei italiani dopo la prima e soprattutto la seconda guerra mondiale, come la Pinacoteca di Brera a Milano e le Gallerie dell’Accademia a Venezia, Pellicioli è infatti chiamato per le sue riconosciute capacità di effettuare in breve tempo una gran mole di lavoro, coordinando una squadra di restauratori e operatori che interveniva a diversi livelli seguendo le sue direttive, mantenendo però sempre alta la qualità del risultato.

Come Alessandro Conti per primo ha sottolineato, la nostra conoscenza dei dipinti del Rinascimento di quei musei, come di numerosi altri specialmente in Italia settentrionale, si è basata e ancora in gran parte si basa sull’aspetto loro conferito da Pellicioli, frutto (come sempre è il restauro) dell’incontro tra le sue sensibilità e capacità e la contemporanea visione critica dell’opera e dell’artista. Un restauro dunque che è inevitabilmente «lettura storica e culturale», ben lontano dall’impossibile «ritorno all’originario splendore», di cui è esempio tra i tanti l’intervento del 1951 sul Trittico di Camerino di Carlo Crivelli della Pinacoteca di Brera (come illustra il video http://www.rrmusei.it/musei-e-opere/pinacoteca-di-brera/).

Si forma nell’ambiente artistico bergamasco, dapprima nella Scuola d’Arte applicata all’industria Andrea Fantoni, poi seguendo alcuni corsi all’Accademia Carrara. Dagli anni ’10 lavora nella bottega dei fratelli Steffanoni, famosi estrattisti specializzati nel distacco di pitture murali, dai quali apprende le principali tecniche di restauro caratterizzate da un’impronta empirica e artigianale tipicamente ottocentesca che non abbandonerà mai, consapevole che gli interventi sulle opere d’arte richiedono una spiccata abilità manuale. La definitiva maturazione di Pellicioli avviene dal 1921 a Milano accanto a Ettore Modigliani, leggendario direttore della Pinacoteca di Brera e curatore della mostra «Exhibition of Italian Art 1200-1900» a Londra nel 1930. Tali occasioni sono colte da Pellicioli per informarsi e aggiornarsi, ad esempio divenendo uno dei primi restauratori italiani a utilizzare un apparecchio a raggi X per operare sui dipinti anche sulla base di conoscenze scientifiche.

Le competenze acquisite, la risonanza internazionale del suo operato, il contatto con i maggiori storici dell’arte dell’epoca lo resero il candidato ideale a ricoprire per primo il ruolo di restauratore capo nell’Istituto Centrale del Restauro inaugurato a Roma nel 1941. Costantemente in opposizione al suo giovane direttore Cesare Brandi, Pellicioli difendeva con orgoglio le competenze tecniche proprie del restauratore separate da quelle estetiche e culturali proprie dello storico dell’arte, trovandosi in ciò perfettamente in accordo con Roberto Longhi, con il quale strinse un rapporto di salda amicizia che si manterrà inalterato per tutta la vita.

Abile nel condurre la propria carriera tra committenza pubblica e mercato, Pellicioli lavorò intensamente anche per collezionisti, gallerie e antiquari con restauri, expertise e perizie, intessendo una rete di relazioni con il mondo artistico, e non solo. Dotato di un carattere spigoloso e impetuoso, condusse più volte forti polemiche sia sulla stampa che nelle aule dei tribunali per difendere il suo operato. Ebbe delle indubbie capacità didattiche, basate principalmente sulle pratiche tradizionali del «guardare» e «fare», nel trasmettere le sue conoscenze ai giovani che ne affollarono a più riprese sia la bottega a Milano e poi a Bergamo, sia i cantieri in Italia e all’estero.

Formò molti restauratori lombardi come Giuseppe Arrigoni, Ottemi della Rotta, Pinin Brambilla Barcilon. Anche i primi restauratori diplomati alla scuola annessa all’Istituto Centrale del Restauro di Roma ricevettero da Pellicioli la loro formazione tecnica, che fu proseguita per circa vent’anni dal suo braccio destro Luigi Pigazzini, restauratore capo dell’Istituto fino agli anni ’60. A Milano formò dal 1931 Manuel Grau, poi direttore del Laboratorio di restauro del Museu Nacional d’Art de Catalunya di Barcellona; all’opposto, è Pellicioli a formare in Ungheria, a partire dal 1938, una squadra di restauratori locali per la conservazione dei cicli murali rinascimentali scoperti a Sumeg e in altre località.
La documentazione cartacea e fotografica che Pellicioli ha gelosamente custodito sugli interventi di restauro condotti nel corso di una lunghissima carriera, ora in gran parte divisa tra Archivio Pellicioli dell’Associazione Giovanni Secco Suardo di Lurano (Bergamo) e The Getty Research Institute - Photo Archive di Los Angeles, fornisce infine una ricca testimonianza della sua costante attività di valorizzazione della figura professionale del restauratore.

A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, Pellicioli scriveva relazioni, inviava articoli ai giornali, progettava le proprie memorie, intendeva insomma lasciare un’esplicita traccia del suo lavoro e delle scelte che l’avevano ispirato, senza delegare interamente allo storico dell’arte che lo affiancava la spiegazione dei criteri adottati. Era l’espressione di una necessità interiore che solo in tempi molto recenti ha condotto i più grandi restauratori italiani (Pinin Brambilla Barcilon, Gianluigi Colalucci, Maurizio De Luca ecc.) a tradurre in parole stampate su carta il colloquio silenzioso intrattenuto con i capolavori dell’arte.

Antonella Gioli e Simona Rinaldi, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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