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Italia erosa, una malattia che debilita

Il consumo del suolo accelera (anche nelle aree vincolate)

Le aree più colpite sono le pianure del Nord Italia, le aree metropolitane e le coste

Forse il ponte Morandi di Genova, per citare le cronache recenti, a suo tempo non ha consumato molto territorio, conficcato com’era tra i palazzi simile a un insetto gigante, esteticamente anche bello. Ma il problema c’è, ed è uno dei più gravi e trascurati, come dimostra il rapporto Ispra-Snpa sul «Consumo di suolo in Italia 2018». Sempre pronti noi italiani, con l’arrivo dell’autunno, a stracciarci di nuovo le vesti sui prevedibili disastri di un clima ogni anno più pazzo.

Se si moltiplicano i cantieri in aree vincolate e a rischio dissesto, se il consumo del suolo nel nostro Paese non ha conosciuto flessioni nonostante gli ormai dieci anni di crisi economica o timidissima ripresa, se nel 2017 abbiamo continuato a «mangiarci» una piazza Navona ogni due ore, se il testo di legge approvato dalla Camera nel 2016, dopo una serie di migliorie operate dal Senato, si è poi arenato lì (tanto che alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia, si sono mosse in autonomia per contrastare il fenomeno), qualche serio problema c’è.

«Il consumo del suolo è una malattia che debilita l’Italia, ha spiegato a caldo la presidente del Wwf Donatella Bianchi, e che, dopo aver cancellato buona parte della fascia costiera e reso irriconoscibili le aree interne, si sta ora propagando alle aree più pregiate del Paese, come evidenziano i dati Ispra che assegnano la maglia nera del consumo del suolo nelle aree protette ai due parchi dei Monti Sibillini e del Gran Sasso-Monti della Laga, che più sono stati colpiti dal sisma del Centro Italia 2016-17».

I dati del Snpa (Sistema Nazionale a rete per la protezione dell’ambiente) ci dicono che in Italia la copertura artificiale del territorio è passata dal 2,7% stimato degli anni ’50 al 7,65% del 2017, con un incremento di quasi 5 punti percentuali, ovvero oltre il 180% in più. In termini assoluti, abbiamo consumato oltre 23mila chilometri quadrati di terreno, 54 solo nell’ultimo anno (a fronte dei 2 recuperati), che equivale a quasi 15 ettari di nuove coperture in media al giorno.

Le aree più colpite sono le pianure del Settentrione, l’asse toscano tra Firenze e Pisa, il Lazio, la Campania e il Salento, le aree metropolitane maggiori e le fasce costiere, specie l’adriatica, la ligure, la campana e la siciliana. Tra le Regioni la maglia nera la detengono nell’ordine la Lombardia, che sfiora il 12,99% superando i 310mila ettari di suolo consumato, seguita da Veneto (12,35) e Campania (10,36), mentre Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Liguria si attestano tra l’8 e il 10%, e solo la Valle d’Aosta rimane sotto la soglia del 3%.

È sconcertante, inoltre, che quasi un quarto dei 5.409 ettari di suolo consumato nel 2017 sia all’interno di aree con vincoli paesaggistici, il 6% delle trasformazioni in aree a pericolosità da frana e oltre il 15% in quelle a pericolosità idraulica media (la mappa nazionale del dissesto idrogeologico appena aggiornata da Ispra segnala il 91% dei Comuni italiani a rischio, con oltre 3 milioni di famiglie che risiedono in queste zone ad alta vulnerabilità). Nelle aree protette abbiamo a oggi quasi 75mila ettari totalmente impermeabili, con 24 ettari a testa perduti nel 2017 solo nei due parchi sopra menzionati.

Il rapporto, ogni anno sempre più affinato per esempio nell’impostazione dell’indagine dei vari servizi ecosistemici (qualità degli habitat, regolazione idrologica, disponibilità di acqua, protezione dall’erosione, produzione agricola e di legname, impollinazione ecc.) valuta anche i costi di questo abuso: circa un miliardo di euro in capitale naturale e circa due miliardi in servizi ecosistemici persi l’anno solo a causa del consumo di suolo tra il 2012 e il 2017.

Tre gli scenari offerti da qui al 2050, data in cui in applicazione di una direttiva Ue si dovrebbe raggiungere l’azzeramento di consumo del suolo: con la legge sbloccata e finalmente approvata una perdita di poco oltre gli 800 chilometri quadrati; applicando il dato 2017 una distruzione di oltre 1.600 chilometri quadrati; con una velocità di nuovo ai valori medi o massimi registrati negli ultimi decenni, trainata dalla ripresa economica, una perdita di oltre 8mila chilometri quadrati: come costruire 15 nuove città l’anno fino al 2050.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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