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Mostre

Pellegrin tra il buio e la luce

Guerre e catastrofi, ma anche paesaggi estremi

Un campo di sfollati interni nei dintorni di Maiduguri in Nigeria, nel 2017. © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

«Paolo Pellegrin. Un’antologia», al MaXXI dal 7 novembre al 10 marzo, è la prima grande mostra che la città dedica al suo fotografo, classe 1964, in un’istituzione pubblica di livello internazionale. Tra i più importanti fotoreporter viventi, selezionato già nel 2001 e dal 2005 membro a pieno titolo di Magnum Photos, l’agenzia creata da Capa, Cartier-Bresson e altri e diventata la più famosa al mondo, Pellegrin, oltre a collaborazioni con testate del livello di «Newsweek» e del «New York Times Magazine», ha vinto dieci World Press Photo e altri prestigiosi premi, tra cui l’Eugene Smith Grant in Humanistic Photography e il Robert Capa Gold Medal Award, ed è anche «ambassador» di Canon.

Sedotto dalla complessità, ricchezza e terribilità della storia dei nostri tempi, il fotografo si è immerso nei teatri di guerra più feroci, dal Kosovo alla Cambogia, dall’Iraq a Gaza «dove credo di essere stato almeno quaranta volte», registrando e interpretando il meglio e il peggio dell’uomo, il suo coraggio, la sua paura e la sua capacità di resistenza. «La mia linea d’ombra è stata la guerra del Kosovo, ha dichiarato in una recente intervista, quando stavo realizzando il secondo libro, dopo la Cambogia e un anno prima di entrare in Magnum. Fotografavo già da dieci anni, ma lì mi sono sentito un fotografo per la prima volta». Ma non solo guerre e drammi umanitari più o meno recenti o in corso, come i migranti nel Mediterraneo ripresi da una nave di Medici senza Frontiere su cui si è imbarcato nel 2015, ma anche paesaggi naturali estremi e spettacolari, ed esplorazioni in campi a lui istintivamente distanti come i ritratti di atleti e di attori.

L’«antologia», a cura di Germano Celant, espone oltre 150 immagini datate dal 2002 al 2017, con molti inediti e alcuni contributi video: gli ultimi 15 anni di lavoro in cui, per dirla con Celant, «la visione del reporter e l’intensità visiva dell’artista si intrecciano e diventano un tutt’uno». Il percorso si articola tra i due estremi del buio e della luce. Si inizia col buio, col nero dominante dei popoli sofferenti, dei drammi, delle devastazioni, ma anche delle emozioni profonde dell’uomo, e si completa con la luce di una natura maestosa, che supera e sovrasta le miserie dell’uomo e del suo tempo violento.

Da un lato la battaglia di Mosul, gli scontri razziali di Milwaukee nel 2016, i soldati, i profughi, i rifugiati, i migranti, gente che piange, prega, lotta, fugge da Gaza a Beirut, El Paso, Tokyo, Roma, Lesbo, compresi i suoi «ghost», ritratti che trasudano da fondi scuri. Al lato opposto la luce e la spiritualità della natura e dell’uomo, dal ghiaccio antartico allo sguardo di una giovane rom, al bagno di due palestinesi nel Mar Morto. E ancora disegni, taccuini, appunti, piccole foto che ne ricostruiscono il processo creativo e, in anteprima, la prima parte della committenza fotografica su L’Aquila a lui affidata dal MaXXI: la seconda parte, formata da grandi scatti a colori, verrà esposta per la prima volta nel 2019 a Palazzo Ardinghelli in occasione dell’inaugurazione di MaXXI L’Aquila. Catalogo Silvana Editoriale.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


  • In estate, i combattenti dell'Isis incendiano i pozzi, nel tentativo di prevenire attacchi aerei nemici. Iraq 2016. © Paolo Pellegrin / Magnum Photos
  • Peshmerga curdi piangono la morte di uno dei loro compagni, 2016, di Paolo Pellegrin © Paolo Pellegrin / Magnum Photos

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