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Mostre

Beckmann espressimbolista

Una retrospettiva e una monografia ne svelano l’identità meno nota

Max Beckmann «Paesaggio con mongolfiera» (1917) Museum Ludwig, Colonia

L’antologica «Max Beckmann (1884-1950)», presentata dal Museo d’arte Mendrisio dal 28 ottobre al 27 gennaio, è il primo vero omaggio da oltre vent’anni, a sud delle Alpi, all’artista tedesco, autore di opere di violenta espressività (sebbene nell’Espressionismo non s’identificasse). Fu la Grande guerra, da cui uscì psicologicamente devastato, a spingerlo dai modi tardo-impressionisti della Secessione berlinese, con cui aveva conosciuto il successo, verso quel linguaggio brutale che sotto il nazismo gli avrebbe guadagnato il pericoloso ruolo di «artista degenerato». Lui, però, a quel tempo era già riparato in Olanda, per trasferirsi poi, nel 1947, negli Stati Uniti, dove ritroverà il successo e dove morirà. Sempre in bilico, in vita, tra fama e oscurità (quando non ostracismo), Beckmann è uno dei grandi artisti, e testimoni, del XX secolo, sebbene fuori dall’area germanica sia assai meno noto di altri autori del suo tempo.

La mostra di Mendrisio, curata da Siegfried Gohr, uno dei suoi più autorevoli studiosi, presenta 30 dipinti, 15 acquerelli, 80 opere e 3 sculture, offrendo una visione completa non solo del suo percorso stilistico ma anche della varietà di tecniche con cui si espresse. E il gran numero di opere grafiche, lungi dall’essere (come talora accade) un riempitivo, è giustificato dalla sua eccellenza in queste tecniche, che praticò assiduamente (al pari di altri espressionisti) soprattutto tra il 1917 e il 1925 e nel secondo dopoguerra.

In occasione della mostra esce anche la monografia dedicatagli dal curatore, che affronta la sua pittura con uno sguardo nuovo, appuntando l’attenzione non sulla teosofia, la letteratura o la storia politica, come si è sempre fatto, bensì sui significati profondi e segreti di cui anche gli oggetti più banali sono portatori nei suoi lavori, all’interno di un complesso sistema simbolico.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 390, ottobre 2018


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