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Mostre

L’igloo è diventato un villaggio

Trenta esempi della «casa» di Mario Merz

Mario Merz «senza titolo» (1991), Fondazione Merz, Torino. Foto di Paolo Pellion

Era il 1968 quando Mario Merz (Milano 1925-2003) creava il primo dei suoi «Igloo». Non li avrebbe mai più abbandonati, attratto da quella forma archetipica dell’abitare, così densa di connotazioni metaforiche per via della forma primaria («se taglio una sfera in due, dichiarò, ottengo due cupole») e dei materiali naturali di cui si serviva, e ne avrebbe realizzati molti altri, sino alla fine, diventando per molti (lamentava già nel 1974 lo storico dell’arte Wieland Schmidt) solo «l’uomo dell’igloo».

Del resto, se è vero che la sua ricerca si è sviluppata lungo linee diverse, queste sono rimaste le sue opere più iconiche. A 50 anni dal primo «Igloo», Vicente Todolí, direttore artistico di Pirelli HangarBicocca, con la Fondazione Merz, ne celebra l’anniversario con la mostra «Igloos», aperta dal 25 ottobre al 24 febbraio prossimo (catalogo Mousse). Nel disegnarne il percorso ha guardato alla personale di Merz curata nel 1985 da Harald Szeemann per il Kunsthaus di Zurigo, dove erano riuniti tutti i tipi di «Igloo» realizzati sino ad allora: erano 17, ma molti altri avrebbero visto la luce.

Qui, Todolí ne ha riuniti 30, giunti dalle più importanti collezioni pubbliche e private del mondo, e li ha distribuiti negli oltre 5mila metri quadrati delle Navate e del Cubo, affidando l’incipit a «La goccia d’acqua» (1987), il più grande di questi lavori, con i suoi 12 metri di diametro. Di qui, il percorso si fa cronologico, partendo dai lavori dei tardi anni Sessanta (tra gli altri, «Igloo di Giap», «Acqua scivola») e dei Settanta (uno, del 1972, dedicato alla moglie Marisa, un altro, del 1978, a Ezra Pound) per attraversare, nel decennio successivo, la stagione in cui essi diventano più complessi, raddoppiandosi o intersecandosi.

Fino all’ultimo decennio rappresentato, tra gli altri, dal «Senza titolo» (1999) realizzato per la personale che Vicente Todolí gli dedicò alla Fundação Serralves di Porto, di cui era allora il direttore.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 390, ottobre 2018


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