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Mostre

Picasso scultore timido e geniale

Una straordinaria retrospettiva schiera 55 opere in dialogo con Bernini e i marmi antichi. Ma lui non amava esporre questo lato della sua genialità

Pablo picasso «Tête de tareau» (1950), collezione privata

Ogni giorno, il cardinale Scipione Borghese lasciava il suo palazzo a Piazza Fontanella Borghese e si recava nella Villa Pinciana, dove aveva allestito la sua mirabile collezione sulla base delle capricciose e illuminanti compresenze stilistiche frutto di varie interpretazioni del Classicismo. Tanto che al giovane Bernini apparve come una vera foresta di statue. Lo stesso effetto dovette esercitare Roma sul giovane Picasso durante il suo viaggio in Italia nel 1917, quando poté confrontarsi per la prima volta in situ con la scultura dell’antichità e con il Rinascimento. La visita alla Galleria Borghese gli consentì di vedere da vicino le sculture di Bernini. La mostra alla Galleria Borghese terrà conto della sua esperienza di contatto con l’arte italiana per tornare a riflettere su grandi temi legati alla pittura e soprattutto alla scultura dal Rinascimento in avanti. In una piccola stanza il potente prelato affrontava il lavoro giuridico.

In quella Villa, oggi sede della Galleria Borghese, dal 23 ottobre al 3 febbraio è aperta «Picasso. La scultura», la prima mostra in Italia interamente dedicata al linguaggio plastico del maestro spagnolo, ideata per il museo dalla direttrice Anna Coliva che, nel 2017, con Laurent Le Bon, direttore del Musée Picasso di Parigi, hanno inserito nel programma internazionale «Picasso-Méditerranée».

Sostenuta da Fendi, partner istituzionale del museo romano, la mostra è curata dalla Coliva e da Diana Widmaier-Picasso, nipote dell’artista, fondatrice della DWP Edition (Diana Widmaier-Picasso Edition) che ha l’obiettivo di realizzare un catalogo ragionato della produzione scultorea di Picasso. «Casa della scultura per eccellenza, da molti anni la Galleria Borghese porta avanti un’indagine su questa disciplina attraverso maestri attivi in secoli diversi, tra i quali Alberto Giacometti, spiega la Coliva. La mostra sulla scultura di Picasso, alla quale stiamo lavorando dal 2015, non ha un andamento cronologico; le opere sono invece accostate e posizionate in relazione alla collezione Borghese. Nella sua strepitosa raccolta il cardinale scelse le sculture, comprese quelle di epoca greco-romana, per la multiformità di stili, di materia e di intenti culturali, lasciando un segno nella Roma dei primi venticinque anni del Seicento. Non è un caso che il collezionista, davvero vorace, aveva sistemato liberamente le sculture, senza creare una galleria, come invece nel caso dei Giustiniani».

La mostra riunisce 55 opere di Picasso, databili tra il 1905 e il 1961, alcune esposte per la prima volta,  permettendo l’esplorazione di temi diversi. L’allestimento occupa i due piani della Galleria. Tra le opere esposte, 29 provengono dal Musée national Picasso-Paris, come i bronzi «Testa femminile (Fernande)» (1906), «Metamorfosi I» (1928), «Donna seduta» (1929), «Donna con arancia» (1934), la famosa «Capra» (1950) assemblata con oggetti trovati nella spazzatura e poi fusa in bronzo. Altri prestiti sono stati concessi dalla Fondation Beyeler di Basilea, da cui proviene il ritratto di Dora Maar (1941), dal Musée Picasso di Antibes e da collezioni private.

Completa la mostra un nucleo documentario di fotografie inedite scattate nell’atelier dell’artista e un video sul processo creativo  delle sculture. La scultura costituisce per Picasso una pratica costante e insostituibile soprattutto nelle fasi rivoluzionarie della sua ricerca. «Liberando le sue pulsioni primigenie, affonda le mani nella materia, la plasma, la manipola nello spazio reale, riesce così  a  “trovare” la nuova idea, che poi passa nella pittura, alla quale fa ritrovare la sua “fisicità”, con gli stimoli che gli provengono dalle avanguardie artistiche come anche dall’attualità della storia, chiarisce la Coliva. Per Picasso esiste soltanto “l’unità dell’opera d’arte”, che lega per sempre il suo lavoro al presente. Allo stesso modo la Galleria Borghese con il suo contenuto, volutamente estraneo a certe definizioni accademiche, continuamente si riattualizza sotto lo sguardo del visitatore».

Il rapporto  di  Picasso con la scultura è stato eccezionale: «I collage e gli assemblaggi del periodo cubista sono pieni di oggetti presi dalla vita quotidiana, non sempre usati (scatole di cioccolatini, carta da parati, corde...), aggiunge Diana Widmaier-Picasso. Picasso è rivoluzionario perché ci costringe a guardare allo spazio e alla forza di gravità in un modo radicalmente nuovo. Bernini è l’altro maestro innovativo della storia dell’arte. Il modo in cui Picasso ha utilizzando la lamiera di metallo nel gruppo “Donna con Bambino” (1961), permette di esplorare più profondamente il dinamismo dell’“Apollo e Dafne” (1622-25) di Bernini durante la mostra».

Picasso era  poco propenso a esibire la sua opera plastica. Soltanto le mostre al Centre Pompidou di Parigi (2000), al MoMA di New York e al Musée Picasso di Parigi (2015-16) si sono focalizzate sul suo fondamentale ruolo in questo campo dell’arte: «Come componente essenziale della sua opera, l’ha protetta e tenuta nascosta per un lungo periodo, conclude la Widmaier-Picasso. Anche se il suo mercante Kahnweiler pubblicò un album con le sue sculture illustrate dalle fotografie di Brassaï (1949) poco dopo il secondo conflitto mondiale, il suo lavoro scultoreo è stato svelato al pubblico nelle retrospettive organizzate a Parigi, Londra e New York tra il 1966 e il 1968».

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 390, ottobre 2018


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