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Parigi

L'âge Dior

 Christian Dior, l’attore Tony Sandro, Gala, l’architetto Victor Grandpierre DR e Salvador Dalí

Il 12 febbraio 1947 Christian Dior presentava la sua prima collezione primavera-estate. Gli era sembrato di essere stato prudente. L’aveva definita «corretta». E invece niente sarebbe stato più come prima per il mondo dell’alta moda. I giornalisti americani erano impazziti: era nato il New Look. Le ampie gonne a corolla, metri e metri di chiffon e seta, le spalle stondate, il punto vita messo in risalto e i volumi generosi segnavano la fine degli anni duri e parsimoniosi della guerra. Da parte sua lo stilista, che aveva aperto la maison al numero 30 di avenue Montaigne neanche un anno prima, l’8 ottobre 1946, non riusciva a credere a tanto entusiasmo. «Guardavo le donne, ammiravo le loro forme ed ero sensibile alla loro eleganza come tutti i giovani della mia età, ma mi sarei stupito se mi avessero predetto che un giorno sarei diventato stilista», confidò più tardi. In effetti, prima di dedicarsi alla moda Christian Dior era un appassionato d’arte. Nel 1928 e 1931 aveva aperto due gallerie a Parigi, dove esponeva opere di Picasso, Matisse, Giacometti, Dufy, Braque, e dove presentò gli «Orologi molli» di Dalí. Fu anche collezionista di oggetti d’arte del Secondo Impero e arazzi del XIV e XV secolo. Ma poi gli effetti della crisi finanziaria americana del 1929 si fecero sentire anche in Francia e nel ’34 dovette liquidare tutto.
«Spesso si dimentica che Dior iniziò come gallerista e frequentò gli artisti e i musei. Conosceva a memoria le collezioni europee, visitò i musei americani, Boston, Dallas, Chicago. Ebbe sempre un rapporto intimo e molto forte con l’arte», spiega Olivier Gabet, direttore del Musée des Arts Décoratifs e curatore della mostra «Christian Dior, couturier du rêve» (Christian Dior, lo stilista del sogno), aperta dal 5 luglio al 7 gennaio 2018. Una mostra per i 70 anni della maison Dior e nella quale per la prima volta 300 abiti da sogno sono esposti in dialogo con opere d’arte prestate da grandi musei parigini e collezioni private. Sono opere che Dior aveva presentato in galleria o che lo ispirarono una volta stilista.
Il Louvre ha prestato «Lady Alston» di Thomas Gainsborough, il Musée d’Orsay «Lo stagno delle ninfee» di Monet, la Reggia di Versailles il ritratto della duchessa di Polignac di Elisabeth Vigée-Le Brun. L’arte dunque è il filo rosso della mostra. Poi, scatti d’epoca, flaconcini di profumi, lettere, schizzi e altri oggetti personali per ricostruire l’universo Dior. «A torto si pensa di sapere tutto su Dior e di vederlo continuamente. Ma sono passati trent’anni dall’ultima mostra parigina. Era il 1987, sempre al Musée des Arts Décoratifs. E Dior merita oggi una grande retrospettiva», aggiunge Gabet.
All’epoca il museo aveva scelto di soffermarsi sui dieci anni di carriera dello stilista, morto a soli 52 anni a Montecatini Terme, nel 1957. Ora, in un percorso cronologico e tematico, si comincia con l’infanzia a Granville, in Normandia, l’arrivo a Parigi, i primi passi nella moda. In un percorso da sogno, sono allestiti i modelli Junon, Trianon e Palmyre, ma si guarda anche ai successori, con l’abito a trapezio di Yves Saint Laurent, l’abito bordato di pelliccia in stile dottor Zivago di Marc Bohan, che fu direttore artistico della maison per trent’anni, l’abito Palladio di Gianfranco Ferrè, le cappe eccentriche di John Galliano, ispirate al Balletto Russo, l’abito da cocktail di Raf Simons con la stampa di Sterling Ruby, fino al vestito fiabesco con frange e ricami in rafia e cristalli Swarovski di Maria Grazia Chiuri.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 377, luglio 2017


  • La modella Ruth Bell indossa un abito Dior della collezione haute couture primavera-estate 2017. Foto: © Michal Pudelka.
  • Una veduta della mostra «Exposition surréaliste: sculptures, objets, peintures, dessins» alla Galerie Pierre Colle di Parigi nel giugno 1933 scattata da Man Ray

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