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L'omaggio di Formello a Jean-Pierre Velly

Un particolare dell'incisione di Jean-Pierre Velly «Un point, c'est tout»

Formello (Roma). A un anno dalla chiusura della bella antologica su Jean-Pierre Velly a Palazzo Poli, sede dell’Istituto centrale per la Grafica di Roma, Formello dedica all’artista bretone un nuovo piccolo ma puntuale tributo specifico sul suo legame con Formello, località alle porte di Roma dove Velly, vincitore del Gran Prix de Rome per l’incisione e pensionnaire per tre anni nella Villa Medici guidata da Balthus, si trasferì nel 1970 e visse per i successivi vent’anni, morendo nel 1990 a soli 47 anni inghiottito dal lago di Bracciano.
«Velly e Formello», a cura della direttrice del Museo dell’Agro Veientano Iefke van Kampen, espone in tutto 23 opere, compresi alcuni inediti, tra incisioni, disegni, oli, tempere, acquerelli e linoleumgrafie, in prestito dallo stesso museo, che tra il 1995 e il 2004 ha acquistato la quasi totalità delle incisioni dalla moglie Rosa Estadella e dai figli Arthur e Catherine, e da varie collezioni private di Formello e di Roma, compresa quella della famiglia.

Organizzata grazie a un contributo del Consiglio Regionale del Lazio, inaugura il 19 giugno (fino al 15 luglio; Info: tel. 06.90194240-239-605 – 392.0591969) nella Sala Orsini di Palazzo Chigi, dove l’opera dell’artista era già stata esposta nel 2002, a cura di Giuseppe Appella. La mostra ha come immagine simbolo una piccola scatola di «Sardines Velly à l'huile de Formello», nascosta fra i più di 800 oggetti dell’incisione «Un point, c'est tout» del 1978, a sottolineare la comunanza tra la sua vita e opera e quel territorio molto amato. Del «Portrait de Filippo» del 1988, un olio su tavola, sono state seguite tutte le fasi di elaborazione, gli schizzi preparatori e i diversi stadi, documentati da foto realizzate nello studio dell’artista. In mostra anche lastre e attrezzi dell’incisione, tecnica in cui Velly raggiunse i vertici della sua arte, quel «percorso dal sentimento alla materia che fermenta e cova nella notte, e viceversa», come ha scritto Marisa Volpi.
Molto amato e stimato da critici, scrittori e poeti, di Velly Alberto Moravia ci ha lasciato questa bella descrizione: «La strada di Velly, da Dürer e Bosch a se stesso, è anche la strada che dalla invenzione dei mostri e delle catastrofi l’ha portato alla contemplazione dei fiori e delle piante adoperate come metafora proprio di quei mostri e di quelle catastrofi».

Federico Castelli Gattinara, edizione online, 16 giugno 2017


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