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Colpevoli di aver donato?

Non è facile raccontare cosa abbia significato per me la collezione. Ero molto piccolo ed era ancora vivo il mio bisnonno Alessandro, il collezionista, da tutti conosciuto in famiglia come «il nonnone». Mi portavano a fargli visita ed ero intimidito dalle sue dimensioni colossali. Ma anche da quelle della sua casa: lui viveva nella collezione. Attraversavamo grandi stanze, mobili rinascimentali alle pareti, maioliche, tappeti, arazzi e quadri. In quel periodo, però, non riuscivo a capire cosa fosse la famosa «galleria» della quale tutti parlavano. Pensavo con un certo orgoglio che si trattasse di un tunnel stradale di famiglia. Negli anni Sessanta andai a vivere per un paio di anni con mio nonno Sandro, figlio del «nonnone» Alessandro. Ma con lui parlavo di letteratura, non di opere d’arte. Era un fine intenditore ma aveva una certa reticenza a parlare degli antichi maestri e delle loro opere, quasi ne fosse intimidito, quasi non gli fosse concesso. Dopo ho capito perché: Alessandro e Vittoria avevano per molti aspetti escluso figli e nipoti dalla loro attività di grandi collezionisti, un’impresa che giudicavano troppo complicata, difficile, ardua.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Giovanni Contini Bonacossi , da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017



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