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Il protagonista dell’anno è un artista

Damien Hirst

Un'opera di Damien Hirst per la mostra «Treasures from the Wreck of the Unbelievable». Foto © Matteo de Fina

Soltanto chi cade può risorgere: ma viene il dubbio che per Damien Hirst la caduta sia parte integrante della sua produzione. La caduta come una delle belle arti, insomma. Dopo la temeraria asta del 2008, alla vigilia di una catastrofica crisi finanziaria mondiale aperta dal tracollo della Lehman Brothers, quando l’artista britannico mise in vendita 220 sue opere ottenendo un incasso di 140 milioni di euro, molti pensarono a una sua uscita dalle scene.

Per molti l’ex enfant terrible degli Young British Artists avrebbe nell’occasione mostrato un intuito mostruoso, cosa che gli avrebbe consentito di prevedere la crisi e di tagliare la corda prima del disastro. Per altri fu un clamoroso autogol. Hirst bypassò le sue gallerie, che non gliel’avrebbero perdonata. Seguirono, in effetti, anni oscuri e opere imbarazzanti. In un mercato inflazionato dalle sue opere e sotto i morsi della crisi le quotazioni iniziarono una discesa che pareva inarrestabile. E invece il vecchio ricco ragazzo di Bristol stava preparando una faraonica rentrée, con una mostra-kolossal nelle due sedi della Fondazione Pinault a Venezia. «Treasures from the Wreck of the Unbelievable», basata sul finto recupero di una nave antica fintamente inabissatasi, è una fantastica cialtronesca allegoria del naufragio e del ritorno del naufrago.

Hirst, a 52 anni, ha messo in scena un fantascientifico autoritratto basato sulla bugia, madre (il padre è il furto, diceva de Chirico) di tutte le arti. Ma lo ha fatto, pare, a spese sue, coprendo costi che si aggirerebbero intorno ai 60 milioni di dollari. E le sue gallerie? Gagosian e Jay Jopling lo aiuteranno a vendere quel ben di dio, pezzi valutati tra i 500mila e i 5 milioni di dollari. Ma il capitale lo ha messo lui e senza nemmeno la retorica di Christo, altro specialista di eventi colossali. A ben vedere Hirst è l’antiChristo: non è ecologico, è egoista, non gliene frega niente dell’arte per tutti. Eppure a Palazzo Grassi ci ha portato tutti lo stesso. È l’artista che si prende la sua rivincita su tutti, sulle gallerie, sulle aste, sui critici, sui curatori, sugli stessi collezionisti.

Il più efferato sistema dell’arte che si ricordi, quello cresciuto negli ultimi vent’anni, ha creato Hirst. Ma lui non ci sta a fare la parte del replicante di «Blade Runner», creatura di un futuro allucinante, non foss’altro perché lui stesso è in grado di clonarsi e replicarsi. E, cavalcando il sistema che lo ha generato, ne diventa il deus ex machina. Forse è troppo definirlo un neo Prometeo che restituisce a tanti frigidi colleghi il fuoco perduto, ma di certo ha riportato al centro della scena il genio o il demone (anche imprenditoriale, why not?) dell’artista.

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Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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