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Mostre

L’inafferrabile Mondino

Con la prima completa retrospettiva a Genova, tra Villa Croce e Palazzo della Meridiana, esce il Catalogo generale

Aldo Mondino, anni Sessanta. Fotografia di Carla Cerati, Milano

Genova. Aldo Mondino, l’artista torinese (1938-2005) che ha attraversato in maniera multiforme la seconda metà del Novecento, sarà al centro di «Moderno, postmoderno, contemporaneo», un’ampia retrospettiva a lui dedicata dal 23 settembre al 27 novembre a Genova, articolata tra il Museo d’arte contemporanea Villa Croce e Palazzo della Meridiana, con installazioni collocate in sei luoghi cardine del centro storico cittadino. Ne parliamo con la curatrice della mostra e direttrice del museo, Ilaria Bonacossa.

Quella di Villa Croce sarà la prima, ampia retrospettiva dedicata a Mondino. Qual è la lettura più evidente dell’artista che emerge?
Il fatto più sorprendente è come il percorso artistico di Mondino testimoni il rifiuto di una versione lineare e progressiva della storia dell’arte a favore di una forma di eclettismo che, oggi, è tipica della maggior parte dei giovani artisti. Inoltre, il suo percorso può essere assimilato a quello di figure internazionali come Sigmar Polke.
È stato complicato restituire la molteplicità espressiva di Mondino?
Forse può risultare complicato per il pubblico credere che una produzione così diversa formalmente e concettualmente sia di mano di un solo artista. La mostra racconta come Mondino abbia contribuito a inventare una forma di Pop art italiana, per poi avvicinarsi all’Arte povera rifiutandone le regole e infine tornare alla tanto amata pittura degli esordi ma realizzata su supporti come il linoleum o l’eraclite, cioè materiali industriali moderni e legati al mondo delle costruzioni e non dell’arte. A Villa Croce sono esposti i lavori dagli anni Sessanta agli anni Novanta, con le opere create con il cibo e le grandi installazioni, mentre a Palazzo della Meridiana è proposta la fase della sua vita legata ai viaggi in Paesi lontani, una forma di vero e proprio «orientalismo»: le grandi tele dipinte in India a Gerusalemme e i famosi dervisci che Mondino trasformò in performance nella sua sala alla Biennale di Venezia del 1993, in occasione dell’inaugurazione.
Quali sinergie hanno permesso la completezza di questa mostra?
La mostra nasce in partnership con l’Archivio Mondino di Milano e in particolare dal lavoro comune con Antonio Mondino, unico  figlio dell’artista, che non solo conosce la produzione artistica paterna ma anche le storie e i dettagli legati alle diverse serie e che ci ha supportato con grande entusiasmo. Lavorare insieme mi ha permesso di appassionarmi mantenendo quella distanza critica necessaria alla scelta, grazie al filtro degli anni, dei lavori più signi cativi. Il catalogo generale (edito da Allemandi, Ndr), il cui primo volume esce in occasione della mostra, serve poi a dimostrare a un pubblico internazionale come sia serio il lavoro storico svolto in Italia. Credo che sia importante questa linea di lavoro e ci sono molti altri artisti italiani che meriterebbero questo tipo di progetto.
Una delle ambizioni della sua direzione è coinvolgere la città «uscendo» dai limiti della villa. Succederà anche per Mondino?
Genova si presta a essere esplorata grazie all’arte, in modo da attivare forme di contaminazioni tra antico e contemporaneo. Oltre alle due sedi della mostra ci saranno sei interventi: a Palazzo Ducale, dove i basamenti all’ingresso di piazza Matteotti che anticamente sostenevano le statue dei Doria ora ospitano le due traballanti torri di elefanti di «Scultura un corno» creando (come a Trafalgar Square a Londra) un corto circuito storico; a Palazzo Rosso e Palazzo Bianco in Strada Nuova; all’Acquario e alla Casa di Colombo; a Palazzo Reale dove sulla terrazza sospesa di fronte al mare del primo piano sono installati «Arabesque» e «Iniziazione», le grandi fusioni in bronzo di pesci con le gambe.
Come risponde il pubblico genovese alle proposte di Villa Croce?
La città reagisce anche se lentamente e le mostre più storiche come questa sono importanti per rendere il pubblico più trasversale. Sicuramente i fondi limitati non permettono di comunicare al meglio le mostre e le iniziative. I social media sono però stati molto importanti per garantirci un pubblico giovane e di appassionati non solo d’arte ma di contemporaneità. A volte ho ancora l’impressione che il museo e le sue attività siano più conosciuti fuori Genova e all’estero che in città.

Anna Costantini, da Il Giornale dell'Arte numero 367, settembre 2016


  • Ilaria Bonacossa, 2013. Foto di Davide Pambianchi Nuvola Ravera
  • Aldo Mondino davanti all'opera «Mon Dine». Foto: © Fabrizio Garghetti
  • Aldo Mondino, «The Byzantine World», 1999, cioccolatini su tavola, 190 × 240 cm
  • Aldo Mondino, «Torso torsolo», 1996, bronzo, 140 × 85 × 82 cm
  • Aldo Mondino, «Scultura un corno», 1980
  • Aldo Mondino, «Tavola anatomica», 1962

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