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Catalogo ragionato

Nascosti in grande evidenza

L’affascinante vicenda artistica di Paolo Scheggi, scomparso appena trentunenne nel 1971 e oggi al centro di una riscoperta critica (e di mercato)

Intersuperficie curva bianca di Paolo Scheggi

Una vita brevissima: poco più di trent’anni; una curiosità intellettuale vorace e vasta, quasi fosse consapevole del poco tempo che gli era concesso; una grande e precoce maturità artistica e di pensiero e una versatilità che, dalla seconda metà degli anni Sessanta, gli consentì di confrontarsi con sicurezza con la pittura (una «pittura-oggetto», per usare le parole di Gillo Dorfles), con le pratiche performative e con l’architettura. Dopo decenni di ombra, Paolo Scheggi (1940-71) non solo rappresenta da qualche tempo uno dei fenomeni di mercato più vistosi sul piano internazionale ma, ciò che più conta per una reale durevolezza della sua fama ritrovata, è oggi al centro di una riscoperta critica, culminata nel recentissimo catalogo ragionato della sua opera (400 opere pittoriche, oltre agli ambienti e integrazioni plastiche e interenacubi e alle performance; restano esclusi i soli disegni), curato da Luca Massimo Barbero con la moglie e la figlia dell’artista, Franca e Cosima Scheggi, custodi del suo archivio. Un catalogo che è anche una brillante monografia, capace di illuminare al meglio la vicenda artistica e umana dell’artista. Ne parliamo con il curatore.
Professor Barbero, che cosa, a suo parere, ha risvegliato negli ultimi anni un interesse così vivace intorno al lavoro di Scheggi?
Quando iniziai a studiarlo, alla fine degli anni Novanta, Scheggi era effettivamente sconosciuto ai più. Credo che si tratti di un esempio di quegli artisti, centrali nel loro tempo ma «rimossi» dal «pitturare» degli anni Ottanta (come Bonalumi, Castellani, Agnetti, lo stesso Manzoni), che sono rimasti, come amo dire, «nascosti in evidenza». Solo di recente con la rilettura internazionale di Lucio Fontana, si è finalmente capita la grandezza di quella generazione milanese così lungamente trascurata. Eppure, già da giovanissimi erano stati proiettati nell’agone internazionale: Scheggi, per esempio, è in Biennale a 25 anni; ma tutto il versante della monocromia «oggettuale percettiva» italiana, assurgeva in quegli anni a una fama globale. Improvvisamente però la luce si è spenta se non per qualche illuminato collezionista. E solo ora, da circa cinque anni, l’intera compagine è fortemente tornata sotto i riflettori. Le opere, riemerse da collezioni in cui erano entrate allora, sono tornate a circolare. Il catalogo, che è frutto di un impegno assiduo di cinque anni, ma è preceduto da miei studi più lontani e dal lavoro dell’Associazione Scheggi, si propone proprio di fare ordine in questi materiali, di dare una forma alla figura poliedrica di Scheggi senza la volontà di proporsi come un «punto d’arrivo» ma, se mai, come uno stimolo a ulteriori studi.
Che cosa l’ha più stimolata del lavoro di Scheggi?
Il fatto che rappresenti al meglio una delle mie teorie, e cioè che negli anni Sessanta i campi d’azione fossero molto più trasversali, con frequentazioni fitte fra le nuove generazioni: Scheggi frequenta Azimut/h, espone con il Gruppo Zero e con Nuove Tendenze, con Réalités Nouvelles, partecipa a mostre trasversali come «Vitalità del negativo» e «Amore mio». Rappresenta insomma lo spirito di un’arte italiana che sapeva affrancarsi dalle rigide ortodossie, fondendo in un unico e libero crogiolo la monocromia, il Pop e l’Arte Povera. E muovendosi felicemente (e questa è la parte meno nota del lavoro di Scheggi, che ho voluto evidenziare) anche nell’ambito della parola e dell’attività performativa, la vera sorpresa del catalogo.

Paolo Scheggi. Catalogo ragionato, di Luca Massimo Barbero, it./ingl., 432 pp., 136 ill. colore; 707 b/n, Skira, Milano 2016, € 250,00

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 366, luglio 2016


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