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Mostre

Rovereto

Il ’900 si accende al Mart

La luce dal Divisionismo al Futurismo e i video di Robert Morris

«Il pianeta Mercurio passa davanti al Sole» (1914) di Giacomo Balla, Parigi, Centre Pompidou, Musée National d'Art Moderne/Centre de création industrielle

Rovereto (Tn). «I pittori della luce. Dal Divisionismo al Futurismo» è un progetto internazionale articolato in due diverse mostre. Dopo la prima uscita alla Fundación Mapfre di Madrid, è la volta del Mart, che lo ospita fino al 9 ottobre. L’esposizione, curata da Beatrice Avanzi, Daniela Ferrari e Fernando Mazzocca, presenta più di 80 opere suddivise in sei sezioni cronologiche e tematiche: «1891-1894 Il Divisionismo tra vero e simbolo», «La luce della natura», «La declinazione simbolista. Una “pittura di idee”», «La declinazione realista. L’impegno sociale», «Verso il Futurismo» e «La pittura futurista 1910-1915». Attraverso le collezioni del museo, arricchite da prestiti pubblici e privati, la mostra narra come un movimento «violentemente antipassatista» come il Futurismo giunga a rivoluzionare il linguaggio artistico di un Paese, partendo dalle sue premesse divisioniste. Il Divisionismo, distinto e autonomo rispetto ai movimenti d’oltralpe, affermatosi alla Triennale di Brera nel 1891, si presentava già come tentativo di svecchiamento della pittura italiana, da tempo rimasta ai realismi delle scuole regionali e a un Romanticismo storico. «La mostra, spiega Beatrice Avanzi, intende illustrare le conseguenze e la portata del movimento divisionista, che furono più grandi del semplice superamento della tradizione ottocentesca: seguendo la trama delle ricerche sulla luce e il colore, attraverso l’avanguardia futurista, l’arte italiana compie il suo cammino verso la modernità, giungendo fino alle soglie dell’astrazione». Un percorso ininterrotto in cui l’eredità del passato prossimo si mescola alle affermazioni di rottura, generando nell’arco di pochi anni una rivoluzione radicale per forma e contenuti testimoniata dalle opere di Segantini, Pellizza da Volpedo, Morbelli, Longoni, Balla, Boccioni, Carrà Russolo e Severini (catalogo Electa).

Nella stessa sede, si inaugura il 23 luglio «Robert Morris. Films and Videos», un’antologica curata da Gianfranco Maraniello, Denis Isaia e Ryan Roa, aperta fino al 6 novembre. Ingegnere di professione, Morris iniziò a dedicarsi al cinema cercando un mezzo per allontanarsi dalla pittura e sperimentare un linguaggio che articolasse un’esperienza della visione temporale e multidirezionale. Negli spazi del Mart performance storiche e i più importanti film girati fra il 1963 e il 2005 si confrontano con installazioni sonore come «Box with Sound of Its Own Making» (1961), dove il suono che irrompe dall’interno dell’opera infrange il silenzio che caratterizza per antonomasia la scultura e la sua contemplazione. Con i film l’artista inizia la sua indagine sulle implicazioni percettive, influenzato anche dalle esperienze di Cage e Duchamp. Presenti in mostra opere quali «Neo Classic», caratterizzata da un rigore quasi geometrico, «Mirror», in cui sono sintetizzati molti elementi dei suoi lavori realizzati con altri mezzi espressivi, «Slow Motion», in cui le azioni dei performer diventano scultoree ponendo resistenza a un’invisibile forza materiale. Infine «Birthday Boy» (2005), realizzato per il centocinquantesimo del «David» di Michelangelo, un’opera video a due canali proiettata su pareti opposte in cui due attori nel ruolo di professori di storia dell’arte disquisiscono sul significato storico dell’opera e la sua importanza, criticando così il modo in cui questa disciplina viene insegnata nelle Università. Il catalogo edito da Electa contiene alcuni testi di Morris inediti in lingua italiana.

Dal 2 luglio al 2 ottobre la Galleria Civica presenta «Wyatt Kahn. Variazioni sull’oggetto», a cura di Margherita Pilati: un’indagine su un artista emergente (New York, 1983) che utilizza tele sagomate tese su telai di legno, assemblandole poi a parete in composizioni astratte. Le sue opere monocrome rispettano la tradizione minimalista e le linee nascono dal confine fra le tele, facendo slittare i confini tra pittura, scultura e disegno. «Ho sempre basato la mia opera sul concetto che la forma è idea e viceversa. Ed è anche una buona idea concepire e praticare queste due categorie come fossero un tutt’uno»: così l’artista spiega i suoi «oggetti pittorici» che con naturale imperfezione riescono a entrare in relazione con il pubblico.

Daniela Vartolo, da Il Giornale dell'Arte numero 366, luglio 2016


  • Umberto Boccioni,  Ritratto di Sophie Popoff, 1906, Collezione privata

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