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Mostre

Un uomo libero è più bello del marmo

La necessità della ribellione in una mostra al Jeu de Paume curata da Georges Didi-Huberman

Uprisings at Jeu de Paume - Concorde, Paris / Teaser from Jeu de Paume / magazine on Vimeo.

Parigi. «Piove a Idomeni», scrive il filosofo e storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman (nella foto) nelle righe elaborate lo scorso marzo per introdurre il catalogo di «Soulèvements», la mostra da lui curata che si inaugura il 18 ottobre al Jeu de Paume di Parigi e che resterà aperta fino al 15 gennaio. «Delle persone vogliono fuggire, trovare rifugio e non possono farlo», continua lo studioso. La nostra memoria sempre più breve, occupata dagli eventi sempre più enormi che si susseguono, ritorna ai giorni in cui in Grecia, a Idomeni, nel campo profughi del villaggio ai confini con la Repubblica di Macedonia che ha bloccato la frontiera meridionale, i rifugiati scappati dalla guerra civile in Siria e da tanti altri Paesi del Medio Oriente hanno ormai raggiunto un numero dieci volte superiore la capienza massima della struttura che li ospita. «Sfortunatamente, non è la presenza di Ai Weiwei a Idomeni con il suo pianoforte bianco e la sua squadra di fotografi specializzati che aiuterà qualcuno o cambierà qualcosa, precisa Didi-Huberman. Vedo questo pianoforte bianco, surreale, in mezzo al “terrain vague” del campo, come un simbolo che deride la nostra linda coscienza artistica: bianco come i muri di una galleria d’arte, evoca il contrasto con cui a Idomenei come altrove osserviamo la gravità di questi tempi bui sulle nostre vite contemporanee».
Ma che cosa fare durante i periodi bui? Aspettare che passino? Sottomettersi all’oscurità? La risposta è in mostra perché «Soulèvement» è un percorso con opere, disegni, stampe, fotografie, libri, manoscritti, video, film e altro, articolato in cinque sezioni («Elementi», «Gesti», «Parole», «Conflitti», «Desideri») incentrate sul gesto del sollevare che diventa «sollevazione» e forse sommossa. «Una luce malgrado tutto», la definisce Didi-Huberman, senza illusioni e attese ma con la forza di una sopravvivenza estrema, documentata attraverso artisti che da Goya, Hogarth, Courbet, Daumier e Manet, non certo con andamento cronologico arrivano alle opere e ai film più recenti di Dennis Adams, Roman Signer, Ismail Bahri, Je-Chien Chen, Maria Kourkouta, Jasmina Metwaly, Francisca Benítez, toccando Man Ray, Henri Michaux, Tina Modotti, Joseph Beuys, Hélio Oiticica e molti altri. L’unica presenza italiana è l’ultimo Pasolini con  pagine di «poesia visiva» di Iconografia ingiallita (1975).
Georges Didi-Huberman, com’è nata l’idea di questa esposizione?
Si potrebbe dire semplicemente che è il seguito delle precedenti mostre dello stesso tipo da me realizzate, iniziando da «Atlas. How to carry the world on one’s back?», proposta tra novembre 2010 e marzo 2011 al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid e poi ospitata, nel corso del 2011, presso lo Zkm, Zentrum für Kunst und Medien di Karlsruhe e il Deichtorhallen di Amburgo. Poi è stata la volta di «Histoires de fantômes pour grandes personnes», realizzata in collaborazione con Arno Gisinger (artista e fotografo austriaco che vive a Parigi, Ndr) e presentata nel 2012 a Tourcoing, nel 2013 a Rio de Janeiro e nel 2014 a Beirut e a Parigi (Palais de Tokyo, con il titolo «Nouvelles histoires de fantômes», Ndr). Infine, «La mémoire brûle» presentata a Pechino l’anno scorso.
Questa nuova mostra è anche una componente interna allo sviluppo della mia ricerca e quindi dei miei libri. Per dirlo in poche parole: era necessario che il povero titano Atlante, condannato a portare il cielo sulle spalle, gettasse il suo carico a mare e si sollevasse. Era indispensabile che ai lamenti, tema importante dei miei lavori precedenti, succedesse l’energia di una vita da ricominciare.

In questa direzione va una frase di Baudelaire che lei ha citato: «Un uomo libero, chiunque esso sia, è più bello del marmo», scritta nell’entusiasmo dei moti rivoluzionari del 1848?
È una frase magnifica: appartiene a un artista ma afferma anche che esiste qualcosa di più importante dell’arte. Attribuisce alla libertà politica un valore essenziale ma vuol dire anche che tutto questo si trasferisce nelle forme, nei gesti, nelle emozioni, nelle cose sensibili. Ed è per questo che l’uomo libero appare così «bello» a Baudelaire.
La mostra ci dice qualcosa anche sul rapporto tra artisti e dimensione pubblica e politica?
«Soulèvement» tenta di rendere conto del complesso rapporto tra estetica e politica, ed è per questo che include diversi tipi di opere messe a confronto con oggetti che non sono solamente da considerare come «documenti storici» ma anche come testimonianze della libertà di cui parla Baudelaire.
Una delle sezioni in cui è suddivisa «Soulèvements» è intitolata ai «Désirs», ai desideri e alle speranze indistruttibili di chi, nel gesto spesso estremo, lascia traccia della propria ribellione, la fa sopravvivere rendendo imperfetto qualsiasi tipo di distruzione.
Si parla molto di estinzione o di scomparsa: tutto è apocalittico, oggi. Tutto si formula con il prefisso «post»: si cambia epoca, regime, cultura come si passa dalla collezione d’estate alla collezione d’inverno. Si programma l’obsolescenza. In realtà, nell’ambito della cultura umana, ci sono poche cose votate all’estinzione assoluta.
Lei ha prospettato alla disciplina storico-artistica e alla storia della cultura visuale un metodo di analisi unico e sovversivo che vuole superare lo stanco ripetersi dello storicismo accademico. È una proposta che è stata accolta o ha suscitato o suscita tuttora resistenze?
Direi che suscita ancora delle resistenze. I dibattiti non si arrestano, ed è meglio così. L’insieme della questione risiede nell’individuare, per criticarli,  i conformismi là dove sono, inclusi i luoghi che, al primo sguardo, non sembrano accademici. Anche nel mondo dell’arte contemporanea abbondano i conformismi.

Anna Costantini, da Il Giornale dell'Arte numero 368, ottobre 2016


  • Chieh-Jen Chen, «The Route», 2006, film 35mm trasferito su DVD, colore e bianco e nero, muto, 16’ 45’’. © Chieh-Jen Chen Courtesy Galerie Lily Robert
  • Roman Signer, «Rote Band», 2005 Film a colori, sonoro, 2’07’’. Riprese: Aleksandra Signer Courtesy dell’artista e Art : Concept, Paris
  • «Break it before it’s broken», frame di un video di Tsubasa Kato, 2015 .  © Tsubasa Kato / cameraman: Taro Aoishi
  • «Remontages 2016» di Marie Kourkouta, video 16mm , bianco e nero, muto, 5’. © Maria Kourkouta. Produzione: Jeu de Paume, Paris.
  • Dennis Adams, «Patriot (dalla serie «Airborne»)», 2002 C-Print laminata su alluminio Centre National des Arts Plastiques © Dennis Adams / CNAP / Courtesy Galerie Gabrielle Maubrie.
  • Georges Didi-Huberman. Foto: A. Chevrot

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