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Vernissage

Malato di perfezione

Federico Cerruti negli anni Sessanta

È improbabile che in Europa vi sia una collezione privata paragonabile a quella di Federico Cerruti.
Paragonabile per l’estensione dei territori specialistici e temporali in cui si è estesa, dai libri alle rilegature, dai mobili alle arti decorative, dai fondi oro all’arte rinascimentale e post, all’Ottocento, alla modernità. Ma soprattutto a essa paragonabile per la qualità assoluta, altissima di ogni pezzo, nessuno escluso, del gran numero di opere e manufatti di cui la collezione è costituita.
Il direttore di uno dei grandi musei eclettici del mondo, del Louvre o del Metropolitan o dell’Ermitage, che avesse avuto la straordinaria fortuna di riceverla in dono, avrebbe potuto inserirla tale quale nel proprio museo, semmai sostituendo qualche pezzo del museo con quelli di più elevato livello che Federico Cerruti aveva meticolosamente scelto.
Come si può spiegare un livello così alto, diciamo così «perfetto», senza alcuna eccezione o cedimento?
Ancora una volta la spiegazione va cercata nella personalità del collezionista. Un uomo solitario, intelligentissimo, che si è via via costruito la sua competenza ma estremamente intuitivo dei valori e dei metodi e dei requisiti di identificazione e di qualificazione di ogni opera. Solitario, ma documentato, anche in ciascuna delle sue scelte, sempre molto ponderate, molto meditate talvolta fino all’esasperazione come hanno verificato i suoi alternati interlocutori mercantili, da Mario Tazzoli a Gianfranco Luzzetti, da Carlo Orsi a Paolo Baldacci a Gian Enzo Sperone e in primis il vertice delle grandi case d’asta londinesi e newyorkesi.

Esigentissimo con le persone come nelle sue scelte artistiche. Forse non a caso (come la sorella Andreina quasi coetanea) non si era mai sposato malgrado una relazione senza convivenza durata 17 anni. Nessuno potrebbe testimoniare la sua personalità salvo la sorella Andreina o la sua stretta collaboratrice per 33 anni, Annalisa Ferrari, figlia del pittore Eugenio Polesello, divenuta persona di assoluta fiducia, che agiva per suo mandato non solo negli affari professionali, ma perfino nel visionare le opere. Cerruti, il cui mondo era deliberatamente circoscritto alla sua fabbrica e al suo pied-à-terre annesso, estremamente sobrio e austero (ma il letto in cui dormiva non era una branda, come la leggenda racconta, bensì di Bonzanigo...), cioè al numero 29 della periferica via Ludovico Bellardi di Torino, mandava in esplorazione la signora Ferrari a Maastricht, a Londra o a Parigi facendosi descrivere al telefono, tra un antiquario e un altro, che cosa aveva visto e i prezzi che chiedevano.

La spiegazione anche delle sue celebri collere e della sua rara, e ancor più occulta, bontà e generosità è probabilmente qui: intollerante e ipocondriaco, la perfezione che cercava, mai in misura soddisfacente, nelle azioni umane e nelle persone, la trovava nelle opere d’arte che non potevano e «non dovevano» deluderlo. Perciò le sceglieva con tanta accuratezza. La contemplazione solitaria dell’arte gratificava il suo bisogno estetico di assoluta perfezione. Assistere a Natale alla messa dei barboni del gruppo Bartolomeo & C. di Lia Varesio e tante altre sue segrete azioni benefiche gratificavano la sua pietas umana altrettanto esigente, nascosta e segreta.

Umberto Allemandi, da Il Giornale dell'Arte numero 356, settembre 2015


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