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Restauro: l’esasperante cammino verso gli Elenchi

Pubblicato il bando ministeriale, ma ci vorranno mesi, forse anni. A chi giova il ritardo? Intanto il caos si estende dalla professione alla formazione

Restauratore all’opera sulla Porta Nord del Battistero di Firenze © Opera di Santa Maria del Fiore; foto di Marco Mori

Roma. Il 22 giugno il Mibact ha pubblicato il bando di selezione per il conseguimento del titolo di «restauratore di beni culturali». Arriva in grave ritardo ed è soltanto un’altra tappa di un tormentato percorso che si trascina da anni e dovrebbe consentire la formazione dei due «elenchi» (simili ad albi professionali): quello dei «collaboratori restauratori» e l’altro, di primo livello, dei «restauratori di beni culturali». Ma il traguardo resta lontano.
Anche la procedura di selezione dopo il primo bando, quello per i «collaboratori restauratori», pubblicato a settembre 2014, non è ancora conclusa (cfr. n. 346, ott. ’14, p. 16): le domande presentate sono circa 15mila e la commissione che le esaminerà è stata nominata soltanto il 22 giugno scorso, insieme con il nuovo bando dei «restauratori». Dunque ci vorranno molti mesi, forse anni. Contro questi ritardi e inadempienze la Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) ha presentato ricorso e l’associazione «Le Ragioni del Restauro» sta avviando una class action contro il Ministero. Causa di così esasperante lentezza sono soprattutto i costi del concorso. La spending review del 2013 obbliga l’amministrazione a restare «nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica».
Tra difficoltà, errori, ritardi, ricorsi ai Tar, la vicenda di questi Elenchi («restauratori» e «collaboratori restauratori») è iniziata nel 2009: è indispensabile per il riconoscimento giuridico della loro figura professionale. Dopo nuovi rinvii e modifiche al Codice dei Beni Culturali, le «linee applicative» per i restauratori erano state emanate con decreto il 13 maggio 2014: tutto doveva essere concluso entro il 30 giugno 2015 ma, ancora una volta, l’impegno non è stato rispettato. Anzi, la questione si è aggrovigliata a causa di altri ritardi ed errori. Si scopre così, per esempio, che a causa di un malinteso tra Mibact e Miur, il Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica, chi si è diplomato prima del 2009 all’Icr (oggi Iscr, Istituto superiore per la conservazione e il restauro), all’Opd (Opificio delle pietre eure) e all’Icpl (oggi Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario), insomma le scuole d’eccellenza del restauro italiano, oggi è un restauratore di serie B. La legge non gli riconosce un titolo equivalente alle nuove lauree magistrali e ai diplomi di specializzazione. Nata di recente, l’Organizzazione dei restauratori di alta formazione (Ora), che riunisce l’élite del restauro ed è oggi la più rappresentativa della categoria, si è battuta per il riconoscimento di quella «equipollenza» tra vecchi e nuovi titoli di studio, una norma inserita nell’art.2 della legge sulla «Buona scuola» approvata il 25 giugno al Senato e ora in attesa della conferma della Camera. Ma non basterà: la norma è interlocutoria e le decisioni finali per abolire quella discriminazione spetteranno a una futura commissione interministeriale. Per ora, un altro punto caldo è la formazione. Ben 23 Università hanno istituito i tanto attesi nuovi corsi di Laurea magistrale in Conservazione e Restauro ma si rischia di imparare a restaurare soltanto sui libri: la materia Restauro non corrisponde più ad alcun settore disciplinare. E Laura Lucioli, presidente di Ora, spiega anche che «una imbarazzante lacuna della legge ha escluso i restauratori che insegnano da anni nei principali atenei italiani dalla procedura di Abilitazione scientifica nazionale del Miur. Abbiamo così un nuovo assurdo primato: quello dei corsi di laurea in Restauro senza docenti restauratori».
Servono quindi cambiamenti sostanziali per ridare dignità e qualità al nostro restauro: prima di tutto una nuova legge sugli appalti che non penalizzi più le imprese specializzate (cfr. n. 338, gen. ’14, p. 2) e norme che finalmente riconoscano ai veri restauratori uno status professionale all’altezza di quella eccellenza che il mondo, nonostante tutto, ancora ci riconosce.

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Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 355, luglio 2015


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