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Restauro

San Maurizio sbalordisce dopo 30 anni

Una veduta dell'interno della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore di Milano

Milano. Con il completamento del restauro della facciata, ultima tappa di un cammino trentennale, si è concluso il 22 giugno scorso l’intervento sulla chiesa di San Maurizio
al Monastero Maggiore, monastero femminile sorto sulle rovine del Circo romano di cui si ha notizia dall’824 d.C. Il monastero godette sempre di grande prestigio, ospitando
le figlie delle più nobili famiglie milanesi che, monacandosi, portavano ricche doti. La chiesa attuale fu avviata nel 1503 e interamente decorata a partire dal 1522, quando Alessandra Bentivoglio, figlia di Alessandro e di Ippolita Sforza, prese i voti, portando una ricchissima dote; donna di grande cultura, è probabile che sia stata lei a chiamare Bernardino Luini a decorare la chiesa, la cui struttura sarebbe stata modello per altre chiese conventuali femminili: a navata unica, è divisa da un setto in due aule, una più grande per le monache di clausura, l’altra per i fedeli. Il manto di quattromila metri quadrati di meravigliosi dipinti murali che riveste interamente la chiesa, realizzati in grandissima parte da Bernardino Luini, con i figli e la bottega era a tal punto deteriorato che nel 1985 un’anonima donò una somma per avviarne il recupero. I lavori, condotti da subito da Paola Zanolini e Ida Ravenna, proseguirono a intermittenza per la difficoltà di reperire i fondi, finché nel 1997 non se ne fece carico la Bpm-Banca Popolare di Milano, permettendo con il suo finanziamento (circa 4 milioni di euro) che il cantiere procedesse (cfr. n. 234, lug.-ago. ’04, p. 22 e n. 199, mag. ’01, p. 34). «Accade raramente, commenta Paola Zanolini, che un unico centro di restauro intervenga su un’intera chiesa: è ciò che in San Maurizio è accaduto a noi, che abbiamo restaurato le pitture murali, i dipinti su tela, la cassa dell’organo con le ante dipinte, il crocifisso ligneo e tutta la facciata». L’indagine diagnostica aveva rivelato che i danni erano da ricondurre ovunque a due cause principali: «L’umidità, con il conseguente sgretolamento degli intonaci e la formazione di sali sulla pellicola pittorica, e il gravissimo annerimento delle superfici, dovuto alla stratificazione dei fissativi proteici, alterati e divenuti quasi insolubili, ai fumi delle candele e ai depositi di particellato atmosferico». Ai danni dell’umidità si è provveduto con interventi ripetuti di consolidamento e bonifica dai sali solubili, «ma l’impegno maggiore, continua Zanolini, è stato quello della pulitura, necessariamente diversificata, dal momento che i dipinti murali presentavano fragili finiture a secco e dettagli in oro». L’esito è sbalorditivo: la chiesa ha recuperato i colori luminosi della pittura lombarda del XVI secolo e la città ha ritrovato uno dei suoi gioielli più preziosi.

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Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 355, luglio 2015


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