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Archeologia

Selvaggia, simbolica e incantata: a Milano la natura nell’arte classica

Corona aurea a foglie di quercia oro, bronzo, II sec. a.C. Taranto, Museo Nazionale Archeologico Su concessione del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica della Puglia – Archivio Fotografico (foto di P. Buscicchio)

Milano. Con un percorso vertiginoso, lungo mille anni, la mostra «Mito e Natura. Dalla Grecia a Pompei», a Palazzo Reale dal 31 luglio al 10 gennaio 2016, mette in luce un aspetto poco indagato dell’arte classica, evidenziando il ruolo giocato sin dai secoli più lontani dalla raffigurazione della natura prima, poi del «paesaggio»: un’entità nuova, frutto dell’intervento dell’uomo sulla natu- ra selvatica. Curata da Gemma Sena Chiesa e Angela Pontrandolfo, e prodotta per Expoincittà da Palazzo Reale ed Electa, la rassegna riunisce 200 opere dall’VIII secolo a.C. al II d.C.
Sei le sezioni che scandiscono il percorso, a un tempo cronologico e tematico, con un’attenzione speciale alle opere magnogreche e a quelle ellenistiche e romane. Il viaggio si avvia con le rappresentazioni della natura in età arcaica («Lo spazio della natura»), nelle quali il mondo naturale si presenta in prevalenza con un volto temibile e selvaggio: è il caso del cratere dell’VIII secolo a.C. dal Museo di Ischia raffigurante una scena di naufragio. Ma il mare, attraverso le sue creature, è il protagonista di altri splendidi oggetti, come i grandi vasi magnogreci a figure rosse del V e VI secolo a.C. o i piatti apuli del IV secolo a.C. in cui i pesci sono raffigurati con tale precisione da poter essere identificati con le specie che tuttora abitano l’Adriatico. Di lì a qualche secolo la natura trova una rappresentazione nuova, simbolica («La natura come segno e metafora»), come nella celeberrima «Lastra del tuffatore» da Paestum, 480 a.C. circa, dove due alberelli e una cresta d’onda raccontano il paesaggio marino con un’essenzialità e un’efficacia emozionanti. Intanto s’impongono i significati simbolici di alcune piante (palma, alloro, ulivo), mentre prendono forma le rappresentazioni di divinità «agresti» come Dioniso per la vite e Demetra per le messi (magnifici i rilievi in terracotta del V e VI secolo a.C. che li raffigurano) e Trittolemo, che avrebbe insegnato agli uomini l’arte della semina («La natura coltivata, dono degli dei»). Di grande fascino è la quarta sezione, «Il giardino incantato», dove prende forma una natura squisita e «ornamentale», allusiva anche dei giardini dell’aldilà. In mostra figurano preziosi vasi a figure rosse del IV secolo a.C., dalle collezioni di Intesa Sanpaolo e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, museo da cui giunge una delle gemme della mostra, quella grande anfora blu di età claudia, in vetro lavorato a cammeo con eroti vendemmianti, eccezionalmente uscita dal museo napoletano, dove tornerà in una nuova teca antisismica e antisfondamento donata da Fondazione Bracco. Insieme, la mostra esibisce una parata di corone auree formate da serti di foglie minuziosamente riprodotte.
È dall’età ellenistica che, grazie anche alle nuove conoscenze naturalistiche, nella corte macedone come ad Alessandria, e poi a Roma, appare il «paesaggio», spesso sfondo di scene di caccia o di storie mitiche, ma talora dotato di una propria autonomia: in questa sezione sfilano tra le altre le «Storie di Ulisse» dei Musei Vaticani e splendide pitture di paesaggio dell’Archeologico di Napoli. Il congedo, spettacolare («Il verde reale e il verde dipinto»), è affidato a brani di quella pittura illusionistica di giardini che, specie dal I secolo d.C. (ma anche prima, come nella Casa di Livia), decorava le domus romane: fra i più belli in mostra, quelli della Casa del bracciale d’oro di Pompei, ai quali si aggiungono le sorprendenti nature morte, anch’esse dalle città vesuviane, che ci illuminano sull’alimentazione del tempo. Un’appendice curata dalla Soprintendenza Archeologica lombarda («Il Mediterraneo ai piedi delle Alpi») dimostra come questi modelli si diffondessero dalle coste laziali e campane fino alle altrettanto sontuose dimore lacustri degli aristocratici dell’Italia settentrionale.
Orticola di Lombardia allestisce poi sul retro di Palazzo Reale (grazie a Hermès e «IoDonna») un «viridarium» curato da Enrico Bay e Filippo Pizzoni, con le stesse piante dei giardini di allora.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 355, luglio 2015


  • Collana a vaghi oro, fine IV-inizi III secolo a.C. Taranto, Museo Nazionale Archeologico Su concessione del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologica della Puglia – Archivio Fotografico (foto di P. Buscicchio)
  • Cratere tardo-geometrico, c.d. Cratere del Naufragio Argilla, 725-700 a.C. Museo Archeologico di Pithecusae, Villa Arbusto, Lacco Ameno
  • .Statua di Trittolemo Marmo pentelico, I-II sec. d.C. Santa Maria Capua Vetere, Museo Archeologico Antica Capua Laboratorio fotografico Museo Antica Capua – Ortensio Fabozzi
  • Rilievo Grimani: pecora che allatta i suoi cuccioli Marmo, tarda età augustea, prima metà I a.C. Vienna, Kunsthistorisches Museum
  • iatto da pesce Ceramica apula a figure rosse, 330-310 a.C. da Ruvo Collezione Intesa Sanpaolo
  • Affresco con natura morta Intonaco dipinto, IV stile, 45-79 d.C da Ercolano, Casa dei Cervi Napoli, Museo Archeologico Nazionale Archivio fotografico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli
  • Anfora con eroti vendemmianti (cosiddetto Vetro blu) Vetro cammeo, età claudia Napoli, Museo Archeologico Nazionale Archivio fotografico della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli
  • Affresco da Pompei, Casa del Bracciale d’Oro, oecus, parete sud, registro mediano Intonaco dipinto, età giulio-claudia  Pompei, Casa del Bracciale d’Oro Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia
  • Lastra di copertura, Necropoli di Tempa del Prete, Tomba 4, Tomba del Tuffatore, travertino spugnoso con superficie intonacata dipinta, intorno al 480 a.C. Paestum, Museo Archeologico Nazionale Foto del gabinetto fotografico del Museo Archeologico Nazionale Paestum - Autori: Francesco Valletta e Giovanni Grippo

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