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Per capire l’Islam guardiamo la sua arte

Alle Scuderie del Quirinale, dal 25 luglio oltre 350 opere dalla collezione degli sceicchi del Kuwait al-Sabah

Miniatura policroma dipinta su seta. Asia centrale, inizi del XV secolo: evidenti le influenzi cinesi in un contesto e con mano prettamente islamici

Roma. Islam. Se ne parla molto, ultimamente, per evidenti ragioni storiche e politiche e anche per il forte impatto emotivo che le vicende di guerra nel Medio Oriente (Siria, Iraq, ma anche Yemen e Libia), hanno avuto sul mondo occidentale, con lo schiaffo delle distruzioni di Nimrud e Hatra (dopo il mai dimenticato sfregio di Bamyan) e con il fiato sospeso a cui siamo costretti dalla sorte di Palmira. Peccato, davvero peccato, non avere mai lo spazio per tentare un’analisi o un commento che non sia quello, legittimo e anche scontato, dello Sdegno con la maiuscola, purtroppo intriso di un concentrato di ipocrisia e di un intollerabile e insopportabile senso di superiorità occidentale da Fratelli Maggiori (che poi, a ben vedere, in tutte le religioni son quelli che hanno combinato i casini peggiori... lo sapeva bene Giovanni Paolo II): Noi, la civiltà, i custodi della Storia e del Bello, loro i nuovi barbari distruttori, gli autoproclamati..., i cosiddetti...
Che cosa c’entri l’Islam con tutto questo è ancora una volta una domanda retorica inevasa: per me, proprio niente! Più o meno quanto il fatto che le «nostre Brigate Rosse» fossero formate da Cristiani, o che il gas nervino nella metropolitana di Tokyo lo avesse immesso un fervente Buddhista/Scintoista. Se le cose stessero realmente così, ci sarebbe da parafrasare Asterix  e il suo celebre SPQR (Sono Pazze Queste Religioni). È falso e fourviante attribuire, o magari cercare, nell’Islam un’ideologia sanguinaria e totalitaria, cieca alle ragioni dell’umanità. Tutt’altro. Nessuno dice che Andy Warhol era un artista cristiano, ma se si deve apostrofare qualcuno che viene dal Golfo o dal Medio Oriente gli si appiccica subito l’etichetta di artista musulmano...; curiosi riflessi asimmetrici.
Personalmente sono molti anni che porto avanti il mio lavoro e la mia piccola impresa: nel 1993 la mostra da me curata, «Eredità dell’Islam. Arte Islamica in Italia» a Palazzo Ducale di Venezia, ebbe un buon impatto e ancora mi «irrito» (diciamo più alla Paolo Conte riferendosi ai francesi di Bartali..., ma son fiorentino anch’io...), quando mi si diceva e mi si dice: «Ah, mi ricordo, bellissima, ma troppo avanti sui tempi! Ora sì che sarebbe il momento...». Un accidente, troppo avanti! La nostra fragile, autoreferenziale, timida, meschina società culturale (e ci metto dentro tutti: università, musei, istituzioni pubbliche, soprintendenze, assessorati, antiquari,  giornali; tutti sempre distratti e proiettati sul contingente assoluto e privi di una qualsivoglia memoria storica e volontà e ricerca di prospettiva) ha sempre preferito chiudere un occhio, meglio se entrambi. La lettera più bella, che conservo gelosamente, fu quella che mi scrisse nel 1993 Elio Toaff: vai a vedere chi davvero in Italia ha fatto cultura alta!
Bene. Ancora. Senza conoscenza non si va da nessuna parte e noi, dell’Islam, della sua arte, espressione più alta  e ambasciatrice della sua civiltà, non ne sappiamo praticamente niente. Dobbiamo invertire la tendenza. La mostra «Al-Fann. Arte della Civiltà Islamica. La collezione al-Sabah, Kuwait», alleScuderie del Quirinale dal 25 luglio al 20 settembre, ci offre l’opportunità di un approccio meditato. Gli sceicchi Nasser e Hussah al-Sabah, eminenti membri della famiglia regnante in Kuwait, un piccolo Stato che nel Golfo si distingue, fra l’altro, per non essere all’affannosa ricerca di visibilità tramite una squadra di calcio, e per la vera ricerca di una cultura islamica aperta e condivisa, termini che non sono antitetici e neppure utopici; non sono, appunto, i «soliti arabi» ricchissimi e dediti alla vacua ostentazione del loro benessere. Sono altro. Iniziarono a raccogliere opere d’arte islamica (dunque del proprio patrimonio culturale, primi nel Golfo e non solo) già negli anni Settanta del secolo scorso e adesso hanno più di 35mila reperti, un patrimonio immenso e che è a disposizione di tutti coloro che vogliano capire, per davvero, qualcosa degli Islam (al plurale) attraverso l’arte. Con tanta abbondanza la mia liberissima scelta (condivisa da Sue Kaoukji, curatrice della collezione), di un po’ più di 350 oggetti, non è stata facile, anzi ci sono stati momenti di paura e angoscia, ma anche la consapevolezza di una grande opportunità scientifica e umana. Ci siamo regolati di conseguenza, sempre tenendo in mente il grande pubblico al quale il nostro lavoro è diretto. Un percorso cronologico che dagli inizi dell’affermazione dell’Islam (VII secolo d.C.) ci accompagni fino ai grandi imperi del Cinque e Seicento, geograficamente dalla Spagna alla Cina, quasi un intero mondo. E dando spazio a diverse tecniche e materiali: pietra, ceramica, metalli, legni, tessuti (pochi i tappeti, ma spettacolari), vetri, stucchi e miniature in un itinerario che si muove fra grandi capolavori ma anche opere del quotidiano senza per questo ammiccare all’etnografico. Al secondo piano, in un allestimento curato da Corrado Anselmi (con Barbara Balestreri alle luci e Bruno Stucchi alla grafica), si susseguono cinque «sezioni speciali», a mostrare le specificità artistiche dell’Islam: calligrafia, arte geometrica e arabeschi, esemplari figurativi (dove c’è la tanto sbandierata e pretesa iconoclastia?!, Non nell’Islam, di certo), per finire con un «dessert» particolarmente appetitoso, ricco e raffinato: stupendi gioielli. Occasione straordinaria per togliersi i paraocchi e, umilmente, avvicinarsi a una grande, multiforme cultura artistica. Educare all’arte significa educare alla pace.

Giovanni Curatola, da Il Giornale dell'Arte numero 355, luglio 2015


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