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«Prospettiva»

L’eredità di Longhi, il marxismo e l’esperienza dell’opera

Riflessioni su Giovanni Previtali e su trent’anni di storia dell’arte italiana

Giovanni Previtali nella Collegiata di Casole d’Elsa il 3 dicembre 1983

Giovanni Previtali (Firenze 1934-Roma 1988) è una figura chiave per gli studi storico-artistici italiani, per più motivi. Lo è per la determinazione con cui si propone di avvicinare in modi né ovvi né banali filologia e politica culturale, Longhi (di cui è allievo) e teoria critica. Per l’ampiezza delle sue riflessioni metodologiche, che lo spingono a rifiutare aridità e pedanteria disciplinari e a confrontarsi con la grande lezione di storici dell’arte umanisti come Warburg, Panofsky e Gombrich. Infine per l’inquietudine (tutta modernista) con cui riflette sull’eredità culturale nazionale nel contesto atlantico del dopoguerra.
Come si intrecciano in modo legittimo storia dell’arte e storia culturale? Questa rimane una domanda prioritaria: l’esperienza concreta delle opere d’arte è per Previtali inizio e fine del processo di interpretazione.
La difficoltà è duplice. Si tratta per Previtali in primo luogo di differenziare la vera storia culturale da una storia delle idee avulsa e dottrinaria, priva di contatto con le opere. In secondo luogo di rifiutare il determinismo storico e sociale di storici paleomarxisti come Antal o Hauser.
L’eredità longhiana fluisce su piani molteplici. Ne sono parte tanto la riflessione sulle tecniche del conoscitore quanto l’intransigente rivendicazione di un’«origine» che possiede tratti destinali. Proprio l’ipotesi identitaria accende le più sanguinose discussioni tra i collaboratori della Storia dell’arte italiana Einaudi, che Previtali è chiamato a coordinare. Che senso ha, obietta al tempo Giovanni Romano, distinguere tra «arte italiana» e «arte in Italia»? Si tratta di una distinzione non storica ma «ideologica». Se esistono «continuità immutabili», dunque «strutturali» o «autoctone», quale il loro inizio? O la loro geografia?
Lettere e documenti pubblicati dal curatore Arturo Galansino attestano le innumerevoli riserve di amici e colleghi sulle spinose questioni di «legittimità» poste da Previtali nel saggio sulla Periodizzazione della storia dell’arte italiana. L’intima connessione da lui stabilita tra marxismo e «coscienza nazionale» potrà oggi sorprendere: tuttavia la progressiva (e per più versi paradossale) convergenza tra Longhi (e parte della scuola) e il Pci, maturata tra Cinquanta e Sessanta, era stata resa possibile proprio dalla particolare natura del comunismo togliattiano, la cui specificità Previtali non smette di rivendicare. Nella mercuriale molteplicità dei riferimenti e nella frammentarietà così densa di aperture e sollecitazioni inedite, la Storia dell’arte italiana (nelle parti autografe o ascrivibili al coordinamento editoriale di Previtali) è un efficace strumento di guerrilla epistemologica e insieme, per vie tacite, un’intrepida inchiesta patriottica. L’opposizione Centro/Periferia attraversa l’indagine a più livelli (sia pure non da punti di vista postcoloniali) e la ricerca sulle origini dell’arte italiana finisce per opporre al gusto internazionale, non importa se astrattista, Pop o poveristico-concettuale, un corredo storico-antropologico di «tratti permanenti».
Sarebbe fuori luogo attribuire a Previtali nostalgiche ambizioni di «primato» nazionale (ancora Romano). È tuttavia vero che l’esperienza della subalternità modella la tesi maggiore del saggio sulla Periodizzazione della storia dell’arte italiana e, lungi dal negare l’umiliazione, nutre propositi di riscatto storico, artistico ed  epistemologico. Tutto ciò riconduce innegabilmente a Longhi e ai dibattiti primo-novecenteschi o entre-deux-guerres su «arte e nazione». Una storia equilibrata e rigorosa di simili continuità tra primo e secondo Novecento italiano è ancora da scrivere.
In un appunto datato 1980 Previtali lamenta che la Storia dell’arte italiana sia divenuta un «manuale sotto mentite spoglie» per le trasformazioni imposte al progetto originale dal nuovo responsabile, Federico Zeri; e ritorce contro gli oppositori l’accusa di «nazionalismo latente». A distanza di decenni possiamo oltrepassare il piano polemico e riconoscere la dignità storica, etica e politica della posta in gioco.

Giovanni Previtali, storico dell’arte militante, a cura di Arturo Galansino, «Prospettiva» nn. 149-152, gennaio-ottobre 2013, 364 pp., Centro Di, Firenze 2015, € 100,00

Michele Dantini, da Il Giornale dell'Arte numero 353, maggio 2015


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