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Eretici e Profeti: Conversazioni con italiani pericolosi

Elena Loewenthal

L'arte è inutile. Quindi, credo, necessaria

«Noi ebrei abbiamo ancora, nel nostro inconscio, un rapporto conflittuale con l’immagine, quasi di ribrezzo. Ma anche di tentazione e di estrema fascinazione»

Elena Loewenthal

Scrittrice (tra i suoi libri, il premio Campiello Conta le stelle, se puoi, Einaudi, Torino 2008 e La lenta nevicata dei giorni, Einaudi, 2013) e traduttrice di testi ebraici (da Amos Oz a David Grossman), Elena Loewenthal (Torino, 1960) scrive per il quotidiano torinese «La Stampa» ed è docente di cultura ebraica alla facoltà di filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Del 2014 è il suo polemico pamphlet Contro il giorno della memoria (Add editore), un testo di riflessione sul senso del GdM, come la Loewenthal definisce la ricorrenza che celebra il 27 gennaio, anniversario della liberazione del Lager di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa nel 1945, come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto, stigmatizzandone la «falsità».
Che cosa rappresenta oggi l’arte nella vita delle persone? L’arte serve a qualcosa?
Difficile dare una risposta che non sia soltanto una dichiarazione, anzi una specie di confessione personale, financo intima. Comincio dalla seconda parte della domanda, forse un briciolo più facile.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 353, maggio 2015



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