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«Sono una lombardaccia»

Pinin Barcilon Brambilla, la restauratrice del Cenacolo, rievoca malignità e difficoltà

Pinin Brambilla Barcilon durante una fase di studio del dipinto © Archivio Pinin Brambilla Barcilon, Milano

Milano. È un piccolo libro (120 pagine) ma dall’alto peso specifico il volume La mia vita con Leonardo appena uscito per Electa e dedicato da Pinin Barcilon Brambilla al restauro dell’«Ultima Cena» di Leonardo da Vinci. Quella sua avventura, conclusa nel 1999 e durata una ventina d’anni inframmezzati da interruzioni forzose (soprattutto stalli burocratici, in gran parte risolti grazie all’intervento della Olivetti, con Renzo Zorzi: «un partner, non uno sponsor, che si occupò di ogni aspetto del cantiere»), alla fine fu accompagnata da molti onori, ma in corso d’opera da tante polemiche e veleni che, come scrisse l’allora soprintendente Carlo Bertelli, finirono per esporre la restauratrice alle frecce «come un san Sebastiano».
«Si sa che quando si è in prima linea si sarà colpiti per primi, minimizza lei. Io però mi ero assunta quell’impegno e andai avanti, cercando di non prestare ascolto alle critiche malevole per non deconcentrarmi», commenta Pinin Brambilla.
Visitarono il cantiere il presidente Pertini, la regina Elisabetta, Carlo e Diana, la regina d’Olanda: altri al suo posto avrebbero comunicato un legittimo orgoglio per essersi visti assegnare un simile compito, nel libro invece non si trovano che parole come «impegno, rigore, scrupolo, concentrazione, disciplina, responsabilità»: «sono una lombardaccia», commenta, e con questo chiude l’argomento. Il volumetto è densissimo di notizie intorno a un evento davvero epocale quale fu il restauro di quell’opera dalla fama planetaria ma ridotta ben presto (lo scriveva già Vasari nel 1568) «a una macchia abbagliata». Pinin Brambilla era ben consapevole di ciò a cui andava incontro. Occorreva una tempra d’acciaio, che lei dimostrò di avere.
Che cosa provò quando esaminò per la prima volta l’«Ultima Cena»?
Ero confusa, e lo era anche il soprintendente Franco Russoli, purtroppo scomparso di lì a poco: non riuscivo a capire la materia, che era un ammasso di grumi, con piccole zone chiare dov’era caduto il colore. Vista da pochi centimetri la materia pittorica era pasticciata, veramente infelice.
Stiamo parlando di Leonardo: non è un’affermazione un po’ azzardata?
Ma quello non era più Leonardo! Era il frutto di restauri, ridipinture, sporcizia, cadute di colore, sollevamenti… No, non era Leonardo. Lo scoprii con certezza quando, poco dopo, si decise di avviare dei saggi di pulitura sulla veste di Simone: fu allora che il colore di Leonardo affiorò con una qualità e una brillantezza inaspettate. Tanto che quando Cesare Brandi, contrario da sempre al restauro, lo vide (ricordo ancora la mia ansia quando entrò nel Refettorio!), cambiò opinione e suggerì di lavorare anche sul manto.
Sarà stata orgogliosa. Brandi era tanto potente quanto temuto.
In realtà ero preoccupata e i fatti in seguito mi avrebbero dato ragione. Per fortuna avevo l’appoggio di Carlo Bertelli e di Renzo Zorzi: furono loro a darmi la forza per continuare.
Che cosa ricorda con maggior dolore o fastidio?
Ricordo il gran frastuono delle scolaresche in visita, che mi impediva di concentrarmi. Ricordo che fu persino autorizzata la registrazione nel Cenacolo di una trasmissione di successo, «Portobello». E ricordo le critiche spesso pretestuose di chi giudicava senza essersi prima informato per capire la situazione. Anche James Beck mi fece molte obiezioni. Lo invitai a salire sui ponteggi. Naturalmente se ne guardò bene.
Lei scrive di essersi chiesta molte volte che cosa avrebbe pensato Leonardo del suo lavoro. Dopo 16 anni, si è data una risposta?
In realtà no. Era un uomo così misterioso, difficile… Posso solo sperare che sia soddisfatto come chi vede ora l’«Ultima Cena».

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 351, marzo 2015


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