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Restauro

Colosseo, nuove polemiche sulla qualità del restauro

Lettera-documento dei Restauratori senza Frontiere a Renzi e Franceschini

Il restauro del Colosseo è iniziato nel 2012

Roma. «Il restauro del Colosseo rappresenta purtroppo oramai l’evidenza che abbiamo imboccato una strada sbagliata. Il fatto, accettato incredibilmente da tutti, dopo aver zittito le numerose e autorevoli voci di esperti e di cittadini appassionati e attenti, che il più importante monumento dell’archeologia occidentale sia stato affidato alle mani inesperte di imprese edili senza adeguata cultura specialistica nel campo della conservazione…, è il sintomo che esiste una crisi di valori molto profonda».
Parole gravi e allarmanti, parte di una lettera aperta a Renzi e Franceschini firmata da Paolo Pastorello a nome dell’associazione senza fini di lucro Restauratori senza Frontiere della quale è presidente. Nella lettera, un documento in più capitoli, si chiede al Presidente del Consiglio e al Ministro dei Beni culturali di intervenire con urgenza.
Partendo dal caso Colosseo, il testo (che qui pubblichiamo) riassume problemi e rischi per la salvaguardia dei nostri beni culturali che derivano anche dallo stato di emarginazione che penalizza sempre più l’intero settore del restauro e dei restauratori in un quadro legislativo ancora assai confuso.
Le polemiche sul Colosseo sono cominciate fin da quando, tre anni fa, il Ministero dei Beni culturali ha dato il via al suo restauro grazie alla mega sponsorizzazione di 25 milioni messi a disposizione da Diego Della Valle. I restauratori, nonostante le loro proteste, sono stati esclusi dalle gare di appalto per il grandissimo, delicato lavoro, affidato invece a una impresa generale di edilizia, la Gherardi e poi la Aspera, che si è sempre occupata di costruire case e realizzare opere industriali e non aveva mai eseguito restauri di edifici monumentali. I ricorsi delle imprese specializzate in restauro al Tar e al Consiglio di Stato sono stati respinti.
Dopo due anni, tolti i ponteggi alle prime dieci campate, i risultati sono adesso visibili e i restauratori hanno trovato conferma alle loro critiche. Il 18 gennaio un gruppo di 64 restauratori pubblica una lettera sul quotidiano Il Messaggero: «Il lavoro appena ultimato, denunciano, è disomogeneo e peggiora l’aspetto complessivo del monumento, per non parlare delle conseguenze che queste disomogeneità potrebbero avere sul piano conservativo. La pulitura è in alcuni punti troppo approfondita e scopre strati profondi della pietra, mentre in altri sono ancora presenti croste nere, e questo conferisce all’insieme un aspetto disordinato e sciatto».
Insomma, danni di sostanza e d’immagine al monumento simbolo del nostro patrimonio culturale.
Intervengono allora nella polemica anche alcuni importanti personaggi: l’archeologo Andrea Carandini afferma che queste gli sembrano «questioni di lana caprina, dove si distrugge più che costruire» ci si deve fidare, dichiara, anche perché a dirigere i lavori del Colosseo è Gisella Capponi, direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro (Iscr). Bruno Zanardi, grande restauratore, ricorda che «il Colosseo è una vittima innocente. Non si può tenere un dente cariato al centro di Roma, ma un restauro non basta. Anche perché oggi sono diventati lavori da impresa di pulizia. Sbiancare il travertino non ci riporta alla storia, ma solo a una grande delusione»: dunque meno restauri e più lotta all’inquinamento.
La soprintendente all’archeologia romana, Maria Rosaria Barbera, difende il lavoro fatto: «Sono mesi che abbiamo tolto i ponteggi, e solo adesso nascono quelle critiche? Sono opinioni, ma noi opponiamo i fatti. Il restauro è eseguito da un’impresa qualificata e all’opera ci sono restauratori esperti».
Il 24 gennaio l’Ari, Associazione dei Restauratori d’Italia, riprende la sua critica radicale alla situazione che si è creata e scrive che è vero, alcuni restauratori sono stati chiamati per interventi specifici accanto agli operai dell’impresa edile per lavorare al Colosseo ma, ricorda, «assoldati come dipendenti o consulenti, superando anche i divieti di subappalto». E questo, dice l’Ari, «si traduce concretamente nel fatto che i singoli professionisti, estromessi dall’ambito imprenditoriale e privati della relativa capacità decisionale, non sono più liberi di scegliere le soluzioni deontologicamente migliori, ma solo quelle economicamente più redditizie per il proprio datore di lavoro, l’impresa edile».

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