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Vendere i Klimt e Chagall di Ca' Pesaro? Per Franceschini solo una battuta di Brugnaro: il Codice dei Beni culturali lo impedisce

Gustav Klimt, «Giuditta», Venezia, Ca' Pesaro

Venezia. «Penso sia solo una battuta o più comprensibilmente una mezza minaccia per chiedere più risorse al Governo in vista della stabilità». Contattato dall'Ansa il ministro Franceschini commenta così l'ipotesi di una vendita di quadri da parte del Comune di Venezia per risanare le casse. «Le norme del Codice Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle singole opere, chiudono il dibattito. Un dibattito che, visto dall'estero, farà altro male alla credibilità italiana». Questa la dichiarazione del ministro a proposito della ventilata vendita della «Giuditta» di Klimt del 1909 e del «Rabbino di Vitebsk» di Chagall, capolavori conservati nel Museo d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, di quelli che fanno l’immagine di un museo, un po’ come la Gioconda al Louvre, per tappare i buchi di un bilancio che segna un negativo di – 60 milioni. La giunta precedente aveva fatto cassa con la vendita (per certi versi la svendita) di palazzi di pregio. Venuta meno quest’opinabile risorsa ora potrebbe toccare alle opere d’arte. In una città che ha registrato nel 2014 un record di 30 milioni di turisti possibile che questi costituiscano solo un costo e mai un reddito? Le collezioni di Ca’ Pesaro hanno origine dalla politica dei premi acquisti di opere esposte in occasione della Biennale, a cominciare dalla prima del 1895, con particolare riguardo per gli artisti stranieri. Una tradizione continuata fino agli inizi degli anni ’50 del Novecento. La sua interruzione ha determinato il ben noto e deprecabile vuoto di collezioni di arte contemporanea nei musei pubblici della città. Ora si vuole addirittura disfarsi di quanto era si era già acquisito . Debole la smentita del sindaco: «Non è stata decisa alcuna cessione di opere d’arte di pregio. Sarà necessario procedere a una verifica attenta e puntuale del patrimonio a disposizione, ma al momento non esiste alcun elenco. La situazione del bilancio di Venezia è nota a tutti, per cui certamente c’è la volontà di fare un approfondimento in questo senso: in mancanza di altre risorse, la necessaria salvaguardia della città potrebbe anche dover passare attraverso la rinuncia di alcune opere d’arte cedibili perché non legate, né per soggetto né per autore, alla storia della città». Affermazione da brividi se riferita a due maestri del secolo scorso, che hanno influito e sono a loro volta stati influenzati eccome, della cultura veneziana. Per ora nessuna dichiarazione da parte dei rappresentanti della Fondazione Musei Civici. D’altra parte il presidente Walter Hartsarich si è dimesso un mese fa, ufficialmente per motivi personali, mentre la direttrice Gabriella Belli è in missione a New York. Il Consiglio di Amministrazione della Fondazione è scaduto da mesi, ma prorogato durante il commissariamento di Venezia. Deve quindi essere rinnovato. Si ricorda che il sindaco Luigi Brugnaro ne è vicepresidente di diritto (come per la Biennale e per la Fenice). Inoltre ha avocato a sé la delega della cultura. A lanciare l’allarme sulle vendite il «Sole 24 Ore», ironia della sorte lo stesso giornale che tramite la società 24 OreCultura nel 2012 aveva promosso al Museo Correr la mostra Gustav Klimt. Nel segno di Hofmann e della Secessione. Articoli correlati: Nel segno di Klimt

Lidia Panzeri, edizione online, 10 ottobre 2015


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