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L’amico di Penna

A due anni dalla grande retrospettiva curata da Luca Massimo Barbero per la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, Giuseppe Capogrossi (1900-72) torna protagonista (fino al 24 gennaio) di un’importante mostra, commentata in catalogo dallo stesso Barbero e da Luciano Caprile. È la galleria Tega a dedicargli il nuovo omaggio, più conciso ma non meno significativo di quello veneziano, e ricco di opere esposte anche allora, che rileggono il suo percorso dal 1949 quando, alle soglie dei 50 anni e nel pieno di una fortunata militanza nella Scuola Romana, l’artista abbandona il realismo quieto e sospeso che lo aveva portato al successo per volgersi alla non figurazione, spinto dalla necessità di «liberarsi dal reale»: uno scandalo per l’ambiente artistico romano che tuttavia, dopo molte delusioni, gli guadagnerà il pieno riconoscimento della critica. «Superficie AC/128» (1949), con i suoi colori ancora naturalistici e ambrati e i nuovi segni astratti e sincopati, testimonia il momento esatto della transizione, ma lascia subito spazio alla splendida «Superficie 110» (1950-60), giocata sui soli bianchi e neri delle ritmiche catene di grafemi.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Ad.M., da Il Giornale dell'Arte numero 349, gennaio 2015


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