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Le grandi navi di Berengo

Gianni Berengo Gardin, «Una grande nave, vista da via Garibaldi, mentre passa davanti alla Riva dei Sette Martiri, dopo aver lasciato il bacino San Marco, Venezia, aprile 2013». ©  Gianni Berengo Gardin- Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Se esistesse un titolo (e sarebbe quasi un titolo nobiliare per i veneziani doc) da assegnare a chi sia cresciuto osservando da casa, a pochi metri, la Basilica di San Marco, Gianni Berengo Gardin potrebbe a buon diritto fregiarsene: «da bambino, ci dice, giocavo sull’altana della casa dei nonni, affacciata sulla Piazzetta dei Leoncini: sono nato a Santa Margherita Ligure per caso, perché lì è scoccato il colpo di fulmine tra mio padre, canottiere della Bucintoro, che ci andò per una regata alloggiando all’Hotel Imperiale, e mia madre, che dirigeva l’albergo di famiglia: si sposarono e io nacqui lì, ma subito ci trasferimmo a Venezia». Veneziano da generazioni, Berengo Gardin è innamorato della sua città, ma è a Milano che ha voluto donare un importante nucleo del suo archivio. La ragione ce la spiega con semplicità, chiedendo di non essere definito «artista» perché, precisa, «sono un testimone della nostra epoca». Se accetta invece di farsi chiamare maestro è solo perché «a Venezia così si chiamano i gondolieri, gli artigiani: è un appellativo amichevole, affettuoso».
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Ada Masoero , da Il Giornale dell'Arte numero 345, settembre 2014

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