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L’Arte torna a scuola (5 anni gettati via)

Dal 2010, dopo la riforma Gelmini, più di metà degli studenti italiani non ha più sentito parlare di Storia dell’arte. Ora i Ministeri della Cultura e dell’Istruzione provano a invertire la marcia. Bastano 25 milioni all’anno. Ma solo dal 2015-16: un altro anno è andato perso

Attività didattica alla Gam di Torino

Roma. L’impegno è solenne. Il 28 maggio, nelle sale del Museo dell’Alto Medioevo, i ministri Dario Franceschini dei Beni culturali e Stefania Giannini dell’Istruzione hanno firmato un protocollo d’intesa che dovrebbe resuscitare l’insegnamento della Storia dell’arte nelle scuole, semicancellata nel 2010 dalla riforma dell’ex ministro Mariastella Gelmini. La materia era stata introdotta dal ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile con Regio Decreto dell’8 febbraio 1923, estesa poi ad altri, nuovi indirizzi didattici nati nel corso dei decenni e mai sostanzialmente modificata. Queste le parole di Franceschini nel presentare l’accordo: «Assumiamo oggi l’impegno di reintrodurre la Storia dell’arte nelle scuole superando quell’assurdità compiuta alcuni anni fa. Nel Paese che deve investire di più sulla cultura non si può togliere lo strumento fondamentale dell’insegnamento su qual è la nostra storia e cosa vuol dire amare l’arte». Il ministro Giannini ha messo l’accento sull’importanza della decisione, perché «la Storia dell’arte è un tratto genetico della cultura italiana per cui è inaccettabile il fatto che finora sia stata trascurata». Finalmente l’arte torna a scuola, dopo le proteste arrivate da tutta Europa, gli appelli e la mobilitazione di docenti, storici dell’arte, associazioni (Italia Nostra, Fai ecc.) che hanno raccolto migliaia di firme contro quella sparizione che ha contribuito a far precipitare la scuola e la cultura italiana agli ultimi posti in Europa (cfr. n. 338, gen. ’14, p. 6). Negli ultimi quattro anni un’intera generazione scolastica ha perso non soltanto l’alfabeto della nostra storia artistica ma la possibilità di trasmettere un sapere che è stato cancellato dai corsi di studi. Più della metà degli studenti italiani, dal 2010, non ha più sentito parlare della materia. Chiusi gli Istituti d’Arte che formavano anche gli insegnanti, la Storia dell’arte non c’è più nel biennio degli Istituti tecnici per il Turismo e compare con due ore settimanali nel solo triennio. Più grave il danno per gli istituti professionali dove è scomparsa. Soppresse le tre ore settimanali per i corsi di Grafica, via le sei ore per l’indirizzo Moda, cancellate le già insufficienti due ore a settimana per l’Alberghiero-Turistico. Eliminato l’indirizzo «Beni culturali» al Liceo Artistico, le ore settimanali dedicate alla disciplina sono passate da sette a tre. Ore ridotte anche nei licei, quasi scomparse allo Scientifico, sparita la sperimentazione artistica. Eppure proprio gli Istituti professionali hanno avuto un boom di iscrizioni negli ultimi anni: e sono quelli che dovrebbero formare anche i futuri professionisti della creatività del Made in Italy, Moda, Turismo, Grafica, Artigianato.
Tuttavia l’accordo Mibact-Miur promette una resurrezione che si potrà realizzare soltanto a partire dall’anno scolastico 2015-16. Un altro anno perduto. Infatti gli organici degli insegnanti per il prossimo autunno sono quasi completi e non c’è più tempo per variare i programmi.
Da ricordare che la Francia, proprio nel 2007, all’inizio della grande crisi, ha reso obbligatorio l’insegnamento della Storia dell’arte nelle scuole di ogni ordine e grado, a partire dalle primarie. Questo anche per rispettare la Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa, approvata in Portogallo nel 2005, aggiornata nel 2011 che dichiara: «La conoscenza e lo studio del Patrimonio storico artistico rientrano nel diritto di partecipazione dei cittadini alla vita culturale e al lavoro, come definito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo». La Convenzione di Faro è stata ratificata dall’Italia con 8 anni di ritardo, nel febbraio 2013. Del resto, secondo la «road map» per la cultura artistica dell’Unesco, «l’educazione all’arte e alla tutela dei beni artistici delle nazioni si realizza “obbligatoriamente” nelle scuole pubbliche con la partecipazione di insegnanti preparati e aggiornati».
Salvatore Settis, che da subito si è battuto contro la riforma Gelmini, ha ricordato più volte che il punto di riferimento per ogni decisione sulla cultura deve sempre essere l’articolo 9 della Costituzione perché «sancisce “la primarietà del valore estetico-culturale”, che non può essere “subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici”, e pertanto dev’essere “capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale”, come ha ripetutamente affermato la Corte Costituzionale».
L’intesa tra i ministri dell’Istruzione e dei Beni culturali non si limita a reintrodurre la Storia dell’arte, ma è un impegno «per accrescere la conoscenza del patrimonio culturale e la formazione dei giovani nelle scuole», dice Franceschini. Miur e Mibact «faranno da ponte» tra scuole e musei con programmi che «favoriscano conoscenza e tutela del paesaggio» e, ha detto il ministro Giannini, «per incentivare e promuovere l’avvicinamento e la conoscenza dell’arte contemporanea, incoraggiandone lo sviluppo e l’educazione artistica». Tra le numerose iniziative previste: incremento dei viaggi di istruzione per gli studenti e corsi di aggiornamento per i docenti, miglioramenti per biblioteche e istituti musicali. «Puntiamo a fare dell’istruzione e della cultura due pilastri per il nostro Paese», conclude Stefania Giannini.
Resta il problema dei finanziamenti. Tra i motivi della soppressione della Storia dell’arte (riforma Gelmini) c’erano i risparmi e quindi i tagli al personale docente, oltre duemila precari rimasti senza lavoro. Adesso, per rendere operativo il protocollo di maggio, il Governo deve trovare i fondi per i nuovi insegnanti e i numerosi programmi dell’accordo. Ha fiducia il ministro Giannini: «Per reintrodurre la Storia dell’arte in tutte le nostre scuole, a tutti i livelli, bastano 25 milioni di euro all’anno. Il budget del mio Ministero è di 51 miliardi l’anno, quindi penso proprio che ce la possiamo fare. Anzi, ce la dobbiamo fare».

Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 344, luglio 2014


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