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Xenofobia peninsulare

Direttori stranieri, non lavorate in Italia

Le sfortunate esperienze di Hoffmann, Christov-Bakargiev, Vassilika, Landau...

David Landau

Londra. Per almeno 15 anni la classe politica italiana e i commentatori in campo culturale si sono lamentati che i musei italiani, paragonati a quelli inglesi e americani, sono «arretrati»: con allestimenti talvolta poco curati, malamente pubblicizzati e presentati senza fantasia, sono incapaci di attirare un vasto pubblico, salvo pochissime eccezioni. Sempre più spesso, quindi, assumono stranieri nella speranza di sfruttare le loro competenze, salvo poi sbarazzarsene con metodi assolutamente non professionali che negli Stati Uniti o nel Regno Unito non sarebbero neppure concepibili.
I motivi per cui tutto ciò accade sono tre. Il primo è che in Italia i musei sono visti come pedine da usare nello scacchiere dei giochi politici locali. Il secondo è che è largamente diffusa l’idea che si possa e si debba trarre profitto direttamente dai musei e dalle mostre. Il terzo è il luogo comune secondo cui i musei stanno rimanendo indietro perché sono diretti da studiosi e che la loro sostituzione da parte di manager risolverebbe tutti i problemi.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 344, luglio 2014


  • Jens Hoffmann
  • Eleni Vassilika
  • Carolyn Christov-Bakargiev

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