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Vernissage

Catalogue de poche

Ci metto la faccia perché voglio perderla

Alla Kunsthaus di Zurigo un’antologica di Cindy Sherman, la performer e fotografa americana che da trent’anni nei suoi video e tableau vivant trasformisti mette in crisi il concetto di identità

A ben pensarci, la cosa più incredibile è che Cindy Sherman si mette davanti all’obiettivo della macchina fotografica da quattro decenni, ritrae se stessa, il proprio corpo e il proprio volto, però nessuno dei tanti ammiratori e visitatori delle sue mostre probabilmente saprebbe riconoscerla se la incontrasse al bar, per strada, o forse anche all’interno di una galleria d’arte. Perché questa ormai sessantenne protagonista della scena artistica internazionale, celebrata dai maggiori musei del mondo (ora è con un’antologica di un centinaio di opere alla Kunsthaus di Zurigo, dal 6 giugno al 14 settembre, terza tappa di un tour europeo), esaltata dal mercato che è arrivato a valutare una sua opera oltre 2 milioni di euro, è per tutti, e prima di tutto, il personaggio che incarna nelle sue opere. Dunque, di volta in volta, a partire dagli anni Settanta, Cindy Sherman è la giovane protagonista di inesistenti film, o serie televisive, degli anni Cinquanta, l’incarnazione di un certo stereotipo femminile in bianco e nero circolato in tutto il globo a partire dagli Stati Uniti.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Walter Guadagnini , da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014

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