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Vernissage

Pascale Marthine Tayou

Fotografie, sculture e video del camerunense Tayou alla Galleria Continua hanno un denominatore comune: la mitologia dell’artista in quanto protagonista di un esodo

Pascale Marthine Tayou con l'opera «Colorful Calabashes», in occasione della mostra «I Love You!» (2014) alla Kunsthaus Bregenz. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA, San Gimignano / Beijing / Les Moulins

Ci sono artisti che portano avanti il proprio lavoro con scientificità quasi maniacale, che calcolano ogni loro parola o gesto, che costruiscono una teoria critica alla quale si attengono con grande scrupolosità: riflessioni sul genere, postcolonialismo o multiculturalismo, neoconcettualismo che strizza l’occhio alla politica, il tutto tradotto visivamente in installazioni dall’aspetto algido ed ermetico. E ci sono artisti che vivono tutto questo sulla propria pelle, che diventano una sola cosa con la propria opera perché quest’ultima è un’emanazione della propria sensibilità e del proprio modo di approcciarsi al mondo. A questa seconda categoria appartiene Pascale Marthine Tayou (1967) il quale, già a metà degli anni Novanta, cambiando il proprio nome da Jean Apollinaire Tayou in un femminile Pascal(e) Marthin(e), trasferiva su di sé quell’ironia e quell’ambiguità identitaria che saranno la caratteristica della sua opera.
Nato in Camerun, ha mosso i primi passi come artista dapprima nel suo Paese e successivamente in Germania, Francia e Belgio, dove attualmente risiede.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Silvano Manganaro, da Il Giornale dell'Arte numero 343, giugno 2014

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