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Macchina e stella, l'eredità di Duchamp

La copertina del volume

Duchamp, si sa, ha creato non pochi scompigli nel mondo dell’arte. Metabolizzando la temperie cubista, surrealista e dadaista, ha aperto la strada alla ricerca moderna e contemporanea. In alcune opere con un gesto essenziale e per questo rivoluzionario, in altre con una complessità che induce a molteplici interpretazioni. Sembra allo sguardo giocare con l’ovvio e lo scandalo, come nei ready-made: «Speravo, evidentemente, che tutto ciò non avesse senso ma, in fondo, tutto finisce per averne uno», oppure celarsi nel gioco e nei rimandi come nei «vetri» scavando nell’abisso. Ma sempre ogni sua opera nasconde l’incisività spietata di una lama che lacera il sipario svelando universi di senso, dalle molteplici possibili letture. E in effetti i teorici e la critica ci sono andati a nozze trovando collegamenti e significati anche là dove non ve ne erano. Chi meglio di Marcel Duchamp, il creatore più originale del suo tempo, il maestro dell’opposizione tra semplicità e complessità, «l’uomo più intelligente del XX secolo» secondo Breton, può servire alla bisogna. Si ricorda in proposito la conversazione di Pierre Cabanne con l’artista in Ingegnere del tempo perduto (Abscondita, 2009) dove alla congerie di interpretazioni e glosse alla sua opera l’artista oppone un disarmante «Tutto è chiaro come il sole».
Il fatto è che ogni opera di Duchamp è «un’opera aperta», possibile generatrice di senso ma, anche, talmente significante, da far correre il rischio per chi la legge di forzarne il significato o creare collegamenti e rimandi del tutto gratuiti. Ma forse anche questo fa parte del gioco.
Del resto che l’operazione sia stimolante e invitante lo testimonia l’uso che di Duchamp fa la critica. Un esempio è il libro di Hans BeltingDer Blick hinter Duchamps Tür, dove lo storico e teorico dell’arte tedesco con tre saggi monografici, partendo dal lavoro dell'artista franco-americano, analizza le problematiche della fine della prospettiva nelle opere, oltre che del maestro, di due protagonisti della fotografia nell’arte contemporanea: Hiroshi Sugimoto e  Jeff Wall (Verlag Der Buchhandlung Walther König, Köln, 2009).
Per Michele Dantini è «Tonsura a stella» di George de Zayas del 1919 ad aprire il percorso attraverso tre studi sull’arte, storia dell’arte e clandestinità che, per l’autore, collega Duchamp, Johns, Boetti, presentati sotto il titolo Macchina e stella per i tipi di Johan & Levi.
«Tonsure» raffigura Duchamp, di spalle, seduto mentre fuma la pipa. In primo piano la nuca con una taglio di capelli a forma di stella cometa a cinque punte con la coda verso la fronte. Non si è certi dell’anno in cui fu scattata la foto di «Tonsure», probabilmente tra il 1919 e il 1921, e neppure si è certi dell’autore dello scatto, forse Man Ray. L’opera viene catalogata da Duchamp con la didascalia «Tonsure 1919. Parigi-Marcel Duchamp». «L’indeterminatezza appare strategica», chiosa Michele Dantini, che invita il lettore a un percorso di connessioni e rimandi, basato più che su una logica storicistica di stringenti collegamenti, su connessioni affascinanti ma, a volte, molto soggettive, proponendo paralleli e vicinanze tra autore e autore, tra opera e opera che avrebbero come comun generatore Duchamp e la sua opera.
La macchina e la stella vengono colte come emblemi, metafore dell’influenza duchampiana, la prima nella ricerca di artisti come Warhol o On Kawara e Boetti mentre la seconda apre a una tale serie di riferimenti da rendere allo stesso tempo ineludibile e al contempo banale, il rimando alle bandiere di Johns.
Non resta che, per una piacevole lettura, seguire le indicazioni della quarta di copertina: «Allo spettatore il compito di interpretare una routine rivelatasi improvvisamente sgombra di tecniche e riferimenti riconoscibili. Mero ritmo, stellato silenzio».


Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell'arte e clandestinità: Duchamp, Johns, Boetti, di Michele Dantini, 96 pp.,  ill., Johan & Levi,  Monza 2014, € 9,00

Massimo Melotti, edizione online, 27 maggio 2014


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