Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Libri

La rivincita della tecnica

Focillon e Pericoli mano nella mano

Per vedere meglio bisogna disegnare: lo storico dell'arte e l'artista rilanciano il «fare» e la tattilità come strumenti di conoscenza

L’arte contemporanea vive anche in virtù dei suoi tabù, esattamente come il mondo della moda. Uno di questi è, a fasi alterne, la manualità nell’esecuzione delle opere esercitata dall’artista che le ha concepite; un divieto fluttuante, tuttavia, affermatosi nei lunghi anni dominati dai concettualismi, ma periodicamente messo in crisi: negli anni Ottanta dai neoespressionismi, oggi dalla gran voga del furor creativo degli outsider celebrati da biennali e dintorni. Permane, in ogni caso, quell’antico «complesso», patendo il quale dal ’400 in poi gli artisti tentano disperatamente di distinguersi dagli artieri «meccanici» e di affermarsi come sopraffini intellettuali. Più complicato, oggi, è il rapporto che autore e osservatore intrattengono con la fisicità delle opere: nonostante la facilità con cui ora è possibile viaggiare per vedere, la percezione della realtà appare sempre più filtrata dalla consuetudine con l’universo telematico e con il digitale. E mentre dilaga il fenomeno delle mostre virtuali sui siti legati al mercato, i collezionisti delegano ai loro consulenti l’acquisto delle opere, ormai identificate con l’immaterialità dei titoli azionari. In questo panorama risalta l’uscita in contemporanea di due libri incentrati su temi quali la manualità, la fisicità esecutiva e percettiva e la visione. Annamaria Ducci, curatrice della riedizione di Elogio della mano di Henri Focillon, cita in prefazione una frase di Paul Valéry tratta dal suo saggio Degas, danse et dessin. In quella frase è racchiuso il messaggio lanciato dallo storico dell’arte francese (1881-1943) ma anche, 75 anni dopo la prima pubblicazione del saggio di Focillon, da Tullio Pericoli, disegnatore e pittore, nei Pensieri della mano: «Vi è una certa differenza tra il vedere una cosa senza una matita in mano e il vederla disegnandola». Anche per questo Focillon si dedicava con tanta passione al disegno. E poi, figlio di un incisore, concentrò tanta parte dei suoi studi sui più grandi interpreti della calcografia, disciplina nella quale il segno si manifesta attraverso la sua tridimensionalità, il suo spessore, quel suo aggettare sulla carta stampata che cattura l’incidenza luminosa in virtù della maggiore o minore profondità del solco intagliato nella matrice. Rembrandt, capace di «immergersi nel cuore della materia per forzarla alla metamorfosi e così conferire agli oggetti comuni, alle vesti quotidiane» e alla «sporcizia» la «poesia dell’eccezione», è uno dei suoi eroi, insieme all’amatissimo Piranesi, colui che vedeva il mondo, lo conosceva e lo ricreava attraverso la nerezza e la luce dense proiettate dai suoi rami. Condivide la passione rembrandtiana Pericoli, che alle incisioni dell’olandese dedica alcuni dei più affascinanti passi di una sua conversazione con Domenico Rosa, disegnatore per «Il Sole 24 Ore». Quel Rembrandt studiato anche da un geniale collega del disegnatore milanese, David Levine, è custode dei segreti dell’essenzialità del bianco e nero e della sua capacità, se magistralmente articolata, di pervenire alla ricchezza della pittura. A patto che il segno, spiega Pericoli, sappia diventare, come nelle acqueforti di Rembrandt, «definitivo» mantendo la sua fresca istintività. E il pensiero va, per opposizione, alla stroncatura inferta da Focillon a William Blake: sgobbone e «ipermanuale» sì, ma questo non gli bastava per tramutare in poesia il suo «idealismo sincero», dal momento che era troppo ligio al «rispetto per il bello ideale e la maniera aristocratica», esattamente come «i pittori della domenica, sempre pieni di deferenza per l’accademismo più consumato». Questo perché il disegno è soprattutto veicolo di libertà intellettuale. L’analisi del vero ci costringe a guardarlo con occhi non convenzionali, a patto di «non relegare la mano a servetta docile del pensiero», perché «essa s’ingegna per lui, attraversa ogni sorta d’avventura, tenta la propria fortuna»: una rivendicazione di quella parziale e benefica autonomia di questa macchina leonardesca, come la definisce Pericoli, che è la nostra mano, ribadita dallo stesso artista alla luce dei valori della tattilità come presa di coscienza della fisicità e della realtà: «Il contatto fisico diventa un atto mentale: le due cose sono del tutto inseparabili. Se la mano trasmette le proprie impressioni, quasi fosse un essere autonomo, con una mente e una capacità creativa proprie, dobbiamo riconoscerle un’identità». Di qui il sapore che, nelle parole di Pericoli, assumono i suoi riferimenti alle tecniche: quello che traspira dalle sue risposte all’interlocutore, è tutto un sussurrare di carte, un leggero crepitio di pennini sulla porosità dei diversi impasti di cellulosa, un frusciare di pennelli che scavano nella cremosità del pigmento a olio per «incidere» solchi reali nel paesaggio. Ma è anche, ciò che emerge, una lezione di libertà che consente all’artista di rapportarsi in maniera non convenzionale sia ai modelli dei suoi ritratti sia ai maestri della storia dell’arte: tutto da gustare, a pagina 53, il confronto tra la «pittura appoggiata» (cioè «in orizzontale») di Morandi con il suo opposto, la «pittura verticale di Canaletto». È tuttavia, ancora e sempre, il «fare», il «faire» celebrato da Diderot, a essere indispensabile tramite dell’attività cognitiva, almeno quanto, scrive Focillon, alla percezione del vedente non basta l’occhio ma sono necessari la mano e il tatto, come lo sono per un cieco. Il fare si concretizza, in Pericoli, nella fisicità del disegnare e del dipingere, attività che possono «spingersi a svelare fondali sconosciuti» anche più della stessa letteratura. Il processo creativo, che Focillon poneva al centro de La vie des formes, e la sua stessa temporalità sono gli elementi che portano al «sapere», in un’«alchimia di accidente, studio e virtuosismo», che fa dell’arte il medium capace di «avvertire l’insolito nelle apparenze più quotidiane». E la pittura, che Pericoli, appassionato di quella fiamminga, ama vedere da vicino, nella sua materia e nelle sue stratificazioni, potrà rivendicare una sua futuribilità proprio in quanto forma rieducativa di una percezione ora viziata dalla virtualità e dalla velocità: «La pittura (...) può farci capire i vizi che riducono le nostre facoltà percettive, inducendoci a pensare guardando e, guardando, a riflettere su come guardiamo».

Elogio della mano, di Henri Focillon, 87 pp., 33 ill., Castelvecchi, Roma 2014, € 18,50
Pensieri della mano, di Tullio Pericoli, 128 pp., 16 ill., Adelphi, Milano 2014,
€ 13,00

Franco Fanelli , da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014



GDA maggio giugno 2020

GDA408 maggio-giugno VERNISSAGE

GDA408 maggio-giugno IL GIORNALE DELLE MOSTRE

GDA408 maggio-giugno IL GIORNALE DELL

GDA408 maggio-giugno VEDERE IN ABRUZZO

GDA408 Inchiesta FAREMO COSÌ

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012