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Indagine esculsiva: la fiscalità internazionale comparata

Le tasse nel mondo

Il modo di tassare l'arte rivela quale importanza dà ogni Paese alla cultura. Ma quasi sempre prevale l'avidità fiscale. Solo i Paesi emergenti offrono, nella maggior parte, una fiscalità agevolata

La fiscalità dell’arte in Italia

In ogni convegno o tavola rotonda dedicati alla situazione del mercato dell’arte italiano risuona ormai l’abituale refrain secondo cui il nostro Paese pare destinato ad assumere un ruolo marginale sulla scena del mercato internazionale. Non fa eccezione il «IV Summit Arte e Cultura» organizzato da «Il Sole 24 Ore» lo scorso 10 aprile, in cui è stato riportato il dato secondo cui, nel 2013, a fronte di una crescita dell’8% del mercato internazionale dell’arte, in Italia si è registrato un calo del 17% e la chiusura di 20 gallerie d’arte. L’origine di questa situazione è ricondotta, oltre che alla crisi economica di questi anni, alla scarsa attenzione delle istituzioni verso le dinamiche e gli interessi del mercato dell’arte e alla difficoltà applicativa di una normativa poco chiara che causa incertezza tra gli operatori. In particolare, il trattamento fiscale della circolazione delle opere d’arte risulta caratterizzato da un alto livello di imposizione e da un’incertezza applicativa che non favoriscono l’attività economica.
Sotto altro profilo, nell’attuale situazione di scarsità di risorse pubbliche da dedicare al mantenimento dell’enorme patrimonio culturale nazionale, il dibattito si concentra anche sulla ricerca di strumenti, in particolare fiscali, che incoraggino l’intervento dei privati (persone fisiche, enti o imprese) nel finanziamento del settore culturale. È ormai chiaro, infatti, che negli anni a venire non saranno disponibili fondi sufficienti e occorrerà ricercare fonti alternative di finanziamento. L’attenzione si rivolge dunque a quei Paesi, come gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito o la Francia, che tradizionalmente hanno messo in atto sistemi di incentivo al mecenatismo. È di questi giorni la notizia di un’iniziativa della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze di promozione del dibattito sul tema, che prevede anche la consegna del premio «Uomo Rinascimentale» all’imprenditore e filantropo americano Leonard Lauder, protagonista di importanti iniziative di promozione dell’intervento privato nel settore culturale.
Quale è, dunque, lo stato della normativa fiscale italiana nel settore del mercato dell’arte e in quello degli incentivi alle erogazioni liberali in ambito culturale?

Mercato e collezionismo

Osservando la normativa fiscale italiana sulle opere d’arte emerge un sistema più orientato a favorire la posizione «statica» del collezionista privato piuttosto che gli interessi degli operatori del mercato dell’arte (gallerie, case d’asta ecc.).
In Italia non esiste alcuna imposizione di carattere patrimoniale sulla proprietà di opere d’arte da parte dei privati (diversi dalle imprese) né tale proprietà genera un’imposizione sui redditi. La cessione delle opere d’arte da parte dei privati, oltre a non essere un’operazione soggetta a Iva, non genera alcuna imposizione a titolo di imposta sulla plusvalenza generata dalla cessione stessa. In altri sistemi fiscali, invece, l’imposta sulla plusvalenza è applicata anche ai privati (ad esempio, Francia e Regno Unito).
Anche sotto il profilo dell’imposta di successione e donazione, il sistema fiscale italiano appare più favorevole rispetto ad altri. L’imposta, che si applica alle opere d’arte senza particolari distinzioni (salvo il fatto che i beni vincolati sono esenti dall’imposta e possono essere, in teoria, trasferiti allo Stato quale pagamento in natura dell’imposta di successione), è dovuta con un’aliquota (4% con franchigia di 1 milione di euro ciascuno per il coniuge e i parenti in linea retta; 6% con franchigia di 100mila euro ciascuno per fratelli e sorelle; 6% per parenti fino al quarto grado e certi affini e 8% per gli altri soggetti) più vantaggiosa rispetto a quelle applicabili, ad esempio, in Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito, dove l’imposizione può arrivare al 40%. Per di più, in Italia la regola in base alla quale si presumono compresi nell’attivo ereditario denaro, gioielli e beni mobili (incluse le opere d’arte) per un importo pari al 10% del valore dell’asse ereditario può, di fatto, far sfuggire le opere d’arte dall’imposizione in assenza di verifiche dell’autorità fiscale.
Un ulteriore indice del trattamento fiscale favorevole della detenzione di opere d’arte da parte dei privati è dato dal regime applicabile al trasferimento delle opere a un trust finalizzato a consentire la gestione unitaria della collezione o il suo passaggio generazionale. Infatti, il trasferimento dei beni al trust, secondo l’orientamento delle Commissioni Tributarie (ancora non fatto proprio dall’Agenzia delle Entrate), non sconterebbe l’imposta di donazione e successione, la quale è rinviata al momento del trasferimento dei beni ai beneficiari. Ciò differenzia sostanzialmente il trattamento fiscale del trust in Italia da quanto accade, ad esempio, nel Regno Unito, dove il trasferimento è assoggettato a un’imposta del 20%, con una franchigia di 325mila sterline e i trustee devono versare, salvo eccezioni, una somma pari al 6% ogni 10 anni fino al termine del trust. Inoltre, con il trasferimento al trust, è possibile mantenere l’inapplicabilità dell’imposizione sulle plusvalenze e dell’Iva sulle cessioni operate dai trustee, essendo il trust un ente che non esercita attività d’impresa.
Diversa è la situazione delle norme fiscali che impattano direttamente sul mercato delle opere d’arte, le quali non favoriscono lo sviluppo del settore. Sotto il profilo dell’imposizione sui redditi, trovano applicazione le regole ordinarie per cui le variazioni delle rimanenze delle opere acquistate dalle gallerie rispetto alle esistenze iniziali concorrono a formare il reddito dell’esercizio e la cessione dei beni genera ricavi tassabili secondo le aliquote ordinarie, più alte rispetto a quelle degli altri Paesi.
Inoltre, la vendita di opere d’arte da parte delle gallerie è generalmente soggetta a Iva nella misura ordinaria del 22%, che rappresenta l’aliquota massima applicata in Europa (all’estremo opposto c’è la vicina Svizzera, che applica un’aliquota dell’8%). La vendita di opere d’arte realizzata dall’autore o dai relativi eredi o legatari è, invece, soggetta a un’aliquota Iva del 10%. In presenza di determinate condizioni, è comunque possibile applicare il regime speciale detto «del margine» introdotto dalla Direttiva Ce n. 5 del 1994, in base a cui l’Iva è applicata sulla differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo di acquisto.
Inoltre, l’importazione (non temporanea) di opere d’arte da Paesi extracomunitari è soggetta a Iva al 10%, oltre ai dazi doganali. Tale aliquota è la più alta fra i Paesi europei (5% nel Regno Unito, 5,5% in Francia, 7% in Germania).
In questo scenario di pesante imposizione, si aggiunge poi la recente normativa sul redditometro, in base a cui le spese per investimenti in oggetti d’arte e antiquariato sono divenute rilevanti ai fini di determinare la capacità contributiva dei contribuenti italiani. Il venditore (galleria, casa d’aste) è oggi tenuto a registrare il codice fiscale dell’acquirente e a comunicare i dati dell’acquisto all’Agenzia delle Entrate, la quale potrà utilizzare le informazioni, unitamente alle altre disponibili nelle banche dati tributarie, per confrontarle con la rispettiva dichiarazione dei redditi al fine di rilevare eventuali incongruenze. È chiaro che una simile misura può avere un effetto dissuasivo dell’acquisto di opere d’arte da parte dei privati, molti dei quali preferiranno rinunciare piuttosto che rischiare l’apertura di un contenzioso con il fisco.
In questo quadro si inserisce, infine, la normativa sul diritto di seguito, introdotta dalla Direttiva dell’Unione Europea 2001/84/Ce, in base alla quale gli artisti e i loro eredi, per 70 anni dopo la morte, godono generalmente del diritto inalienabile di ricevere un compenso, calcolato con aliquote che si riducono progressivamente con l’aumentare del valore dell’opera (fino a un massimo di 12.500 euro), sul prezzo di vendita (superiore a 3mila euro) ottenuto per qualunque vendita di opere d’arte originali successiva alla prima vendita effettuata dall’autore, in cui sia coinvolto un professionista del mercato dell’arte. Il compenso va versato alla Siae e dovrebbe essere a carico del venditore, anche se generalmente l’onere viene trasferito sul compratore.
Un problema specificamente italiano legato all’applicazione del diritto di seguito è la discussione attualmente in corso in merito alla riscossione del diritto per le prime vendite (cosiddetto mercato primario). Le gallerie del mercato primario sostengono che il diritto non si applichi alle prime vendite ancorché attuate per il tramite di un professionista del mercato con mandato senza rappresentanza, in quanto il passaggio di proprietà avviene direttamente dall’artista all’acquirente. Al contrario la Siae ritiene che il diritto debba essere riscosso anche su tali prime vendite. Attualmente, si è aperto un tavolo di lavoro fra la Siae e le gallerie per cercare di risolvere questo complicazione che genera un ulteriore appesantimento del prelievo sulle transazioni del mercato dell’arte.

Donazioni agli enti culturali

La normativa italiana sugli incentivi fiscali alle erogazioni liberali alla cultura differenzia fortemente la posizione dei donatori privati da quella delle imprese.
Le persone fisiche non imprenditori, a cui sono equiparati gli enti che non esercitano attività d’impresa, possono detrarre dalla propria imposta lorda sul reddito il 19% delle erogazioni liberali in denaro o del valore delle erogazioni liberali in natura, eseguite a favore dello Stato o di altro ente pubblico o di determinati enti privati che, senza scopo di lucro, svolgono o promuovono attività nel settore culturale, tra cui l’acquisto, tutela e restauro di beni di interesse artistico e culturale, l’organizzazione di mostre o le attività di studio e ricerca.
Al contrario, le imprese possono dedurre dal proprio reddito imponibile nella misura del 100% le erogazioni liberali in denaro (non, quindi, in natura) a favore dello Stato o di altri enti pubblici o di fondazioni o associazioni legalmente riconosciute che svolgono le medesime attività sopra descritte.
Le menzionate erogazioni, che sono esenti dall’imposta proporzionale sulle donazioni, devono essere effettuate in base ad apposite convenzioni a favore di soggetti approvati dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, che autorizza le iniziative, approva i relativi preventivi di spesa e verifica i consuntivi. Lo Stato prevede altresì l’importo annuale massimo di detrazione e deduzione applicabile. Secondo i dati del Ministero, nel 2012 l’importo totale delle erogazioni liberali è stato pari a 28.513.505,00 euro per le imprese e  16.808.767,84 euro per i privati. In particolare, le erogazioni dei privati risultano diminuite del 37% rispetto all’anno 2011, segno, oltre che della crisi economica, anche della scarsa attrattiva della detrazione d’imposta al 19%. Consapevole della scarsa attrattiva delle agevolazioni fiscali e della farraginosità del meccanismo applicativo, il Ministero ha varato, con circolare n. 222 del 2012, norme semplificative degli adempimenti burocratici di attuazione e controllo.
In alternativa a quanto sopra, sono previste ulteriori forme di deduzione per erogazioni alle Onlus o altri enti del terzo settore da parte delle persone fisiche e delle imprese nei limiti del 10% del reddito complessivo e nella misura massima di 70mila euro annui, oltre a detrazioni più favorevoli per le persone fisiche.
Sollecitati dal dibattito in corso e dalla necessità di far fronte alle esigenze del patrimonio culturale nazionale in assenza di fondi pubblici adeguati, gli ultimi due ministri, Bray e Franceschini, hanno proposto nei loro programmi una revisione degli incentivi fiscali con l’uniformazione del regime verso una generalizzata detrazione dall’imposta lorda dovuta, sia per i privati che per le imprese, in una percentuale fra il 50 e il 65% dell’importo donato, sull’esempio dell’ecobonus.
Vedremo se, in questa stagione di riforme fiscali, il Governo e il Parlamento saranno sensibili alle esigenze del patrimonio culturale italiano, che tutti, a parole, sostengono essere la vera miniera d’oro dell’Italia dei prossimi anni.

Emiliano Rossi, avvocato, Studio Legale Pavesio e Associati, Torino., da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014



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