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Opinioni & Documenti

Aperto per restauri

Puzzle di macerie

Riapriamo il dibattito sulle ricostruzioni

L'interno della chiesa ricostruito

A Palazzo Zuckermann di Padova è visitabile fino al 25 maggio una mostra fotografica intitolata «Gli Eremitani 70 anni fa. Le bombe e la ricostruzione». In effetti, fu proprio l’11 marzo del 1944 che le bombe distrussero la parete sud del presbiterio e gran parte delle cappelle adiacenti, e tra queste la celebre Cappella Ovetari, decorata, fra gli altri da Andrea Mantegna alla metà del sesto decennio del Quattrocento. I più ritengono si trattasse di un errore di puntamento; ma giustamente Davide Banzato, direttore dei Musei Civici e responsabile della mostra con Edi Pezzetta ed Elisabetta Antoniazzi, fa notare che il convento accluso agli Eremitani (sede oggi dei Musei) ospitava il distretto militare.
La ricostruzione iniziò subito e l’Istituto Centrale di Roma, con straordinario impegno personale dello stesso Cesare Brandi, ricompose sulle pareti il difficilissimo puzzle di quanto si era riusciti a recuperare. Le maggiori lacune rimasero sulla parete sud; un progetto recente durato anni e concluso nel 2006 (cfr. n. 255, giu. ’06, p. 51), giovandosi con straordinaria intelligenza innovativa degli aiuti dell’informatica, recuperò e ricollocò altri frammenti, ma si trattava sempre di gocce nel mare. Attualmente la Cappella si presenta con le grandi lacune trattate proiettando su pannelli le antiche immagini fotografiche disponibili, in un pallido bianco e nero, sulle quali piccole aree sparse di colore rispondono al risultato migliore che si è riusciti a raggiungere (moltissimi frammenti di piccole dimensioni non hanno potuto essere ricollocati). La ricomposizione di affreschi distrutti dalla guerra fu subito effettuata dallo stesso Icr anche in una cappella di Viterbo, e molto più di recente ancora l’Icr ha seguito uguali principi, mutatis mutandis, nella ricostruzione delle superfici crollate ad Assisi nel 1997. Tutte queste imprese ricostruttive, di allora e di oggi, devono essere salutate con il massimo rispetto e con profonda ammirazione; si è trattato di progetti straordinariamente difficili, che pretendevano fin dall’inizio un coraggio non comune e una perseveranza incrollabile. Il riconoscimento assolutamente sincero di queste doti morali e tecniche (ripeto, del tutto fuori discussione) non esclude però che ci si possa domandare se davvero queste soluzioni meritano di essere riproposte anche nei casi futuri che dovessero ripresentarsi; e se per la stessa Cappella Ovetari non si possano studiare ancora opzioni alternative e preferibili. A mio parere, l’intervento al riguardo concluso otto anni fa e oggi richiamato nella mostra padovana, chiudeva in qualche modo un ciclo durato sessant’anni, e introduce oggi a una stagione nella quale il dibattito teorico e pratico potrebbe riaprirsi a bocce ferme, senza preconcetti, per esaminare se non esistano soluzioni diverse, più attente a valutare il problema anche sotto l’aspetto della relazione delle decorazioni murali con l’ambiente architettonico dell’edificio e con quello urbano. Dalla discussione potranno nascere nuovi punti di teoria e proposte diverse di soluzioni pratiche efficaci.

Giorgio Bonsanti, da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014


  • La facciata dopo il bombardamento
  • L'interno della chiesa dopo il bombardamento
  • La Cappella Ovetari com'è oggi

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