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Opinioni & Documenti

L'Avvocato dell'arte

L'esorcismo del collezionista

La volontà di andare oltre la propria esistenza e gli strumenti per attuarla

Ho sempre pensato che il collezionista, raccogliendo un insieme di oggetti coordinati fra loro, intenda, attraverso la raccolta, sopravvivere a se stesso. La collezione, infatti, racchiude l’anima del suo autore e questi, in conseguenza, lasciandola ai suoi eredi, ritiene di sopravvivere con essa, realizzando l’aspirazione oraziana «non tutto di me morrà». Un tempo, neppure assai remoto (si è concluso con l’entrata in vigore del Codice Civile del 1865, il primo Codice Unitario Italiano), lo strumento giuridico attraverso il quale realizzare un vincolo illimitato sulle collezioni d’arte era costituito dal cosiddetto «fedecommesso», istituto del diritto romano che si traduceva nel valido comando impartito dal testatore ai propri eredi di conservare determinati beni «ad infinitum» (almeno è così dopo l’elaborazione dell’istituto antico da parte di Bartolo da Sassoferrato, 1314-67). Proprio ricorrendo al fedecommesso si sono formate in Roma le collezioni Colonna, Barberini, Borghese, Torlonia, Colonna di Sciarra, Albani, Boncompagni-Ludovisi, Doria Pamphilj, Spada-Veralli, Rospigliosi-Pallavicini e, da ultimo, quella del banchiere Vincenzo Valentini.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014



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