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Il criptico d'arte

Accattatevillo!

Periodicamente c'è chi si applica a un bislacco esercizio teorico: dare una valutazione economica ai nostri beni culturali

Il David di Michelangelo

E diciamolo, quelli che strologano dei prezzi di mercato di quadri e sculture dopo un po’ vengono a noia. Vuoi mettere la soddisfazione di infilare nel mazzo, invece dei soliti Hirst e Cézanne, i gioielloni dell’Unesco e dintorni? Di solito quello di misurare il valore economico di robe come Versailles o l’Alhambra era un esercizio da dipartimento di economia di sperdute università canadesi o australiane. Ricordo una ricerca in cui calcolarono quanto costerebbe costruire il Duomo di Milano ai prezzi di oggi ma con le tecnologie d’allora. Poi, zitta zitta, la faccenda ha cominciato a farsi meno accademica e peregrina. Ce la ricordiamo tre anni fa la Finlandia, quando chiese molto seriamente che la Grecia, per accedere ai prestiti internazionali con cui tentava salvarsi dal disastro, desse in garanzia l’Acropoli di Atene e «alcune isole» non meglio precisate? I beni culturali della Grecia ammontavano, sostenevano i solerti economisti che fecero la proposta, a circa 300 miliardi di euro. Non l’avessero mai fatto. Metti in circolo una vaccata, e subito la proverbiale inventiva italica ci monta sopra. Visto che da noi seriosi ministri della Repubblica sostenevano che il debito pubblico dell’Italia non è poi così grosso, se si considerano anche i patrimoni privati (è come dire che da solo uno è con le pezze al culo, ma se conta come suoi anche i soldi altrui diventa di colpo un magnate: io mi candido per far media con la famiglia Ferrero), la faccenda ha preso silenziosamente a farsi strada. In questo fantasmagorico 2014 nientepopodimeno che la Corte dei Conti nostrana ha vagheggiato, e lo si leggeva sul «Financial Times» del 4 febbraio, di far causa all’agenzia di rating Standard & Poor’s perché «never in its ratings pointed out Italy’s history, art or landscape which, as universally recognised, are the basis of its economic strength». C’è una regola perversa per cui, se la spari grossa, anche l’idea più strampalata comincia a insinuarsi nell’immaginario collettivo. A tal punto che un economista serioso, Luciano Canova, su lavoce.info del 1° aprile (1° aprile?), ha provato a immaginare un metodo di valutazione dei nostri maggiori beni culturali basato sul «prezzo relativo», in risposta a quello, evidentemente non abbastanza bislacco, della società internazionale Brand Finance la quale valuta, e mica per ridere, il Colosseo 91 miliardi e la Fontana di Trevi 78 miliardi. Il conto è questo. Se nel 2004 Sotheby’s ha venduto un disegno di Michelangelo per 3 milioni e mezzo di euro, se ne può dedurre un parametro con cui calcolare il prezzo di mercato (bontà sua, «ovviamente con una serie di caveat»), che so, della volta della Sistina o della cupola di San Pietro o del David. Si tratta di un esercizio teorico non privo di una sua viziosa bizzarria: alla fin fine è tutta aria fritta, anche se aromatizzata con sapienza. Ma non posso non immaginarmi alcune notevoli conseguenze. Che so, uno spot con Sophia Loren che mostra il Vesuvio e proclama «Accattatevillo!», o il ministro Franceschini che con tanto di brochure e power point illustra a un consesso di emiri il listino prezzi di Pompei (ancorché in saldo), degli Uffizi, di piazza San Marco. O ancora, un tizio della Corte dei Conti che salta su e propone di far causa alla Galbani perché si è fregata il brand «Bel Paese». Roba così.

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 342, maggio 2014



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