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L'epigono del Romanticismo

Axel Hütte evoca il mistero del paesaggio

Axel Hütte, «Passo Sella, Italia» dalla serie New Mountains, 2012.

Modena. Nel 1973, a ventidue anni, Axel Hütte è tra i primi a iscriversi ai corsi di Bernd Becher all’Accademia di Düsseldorf, ed è nella lucidità di visione del maestro che forma il suo sguardo. Eppure il tratto che si ritrova in tutta la produzione del fotografo tedesco è un’imprevista apertura all’ambiguità, quella che Rudolf Schmitz ha descritto come «concetto dell’obiettività allucinatorio». Concetto che man mano si sviluppa nell’andirivieni dei molti soggetti frequentati, dalle prime prove intorno all’edilizia tedesca del dopoguerra agli interni civili e industriali svuotati di presenze umane; dai ritratti, sui quali comincia a lavorare ancora prima di Ruff e Struth, alla città vista di notte; fino al paesaggio, prima ripreso con l’intrusione di elementi architettonici, poi via via liberato da ogni interferenza, alla ricerca di una natura e di una visione assolute. Orbitano proprio intorno a questo tema i diciannove grandi formati che dal 12 aprile sono esposti nella personale «Axel Hütte.
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

Chiara Coronelli , da Il Giornale dell'Arte numero 341, aprile 2014

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