Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Notizie

Indagine

L'Italia non ama comprare arte. Perché?

Il cosiddetto Paese dell'arte ha bisogno del mercato dell'arte ma non lo capisce. Anzi, lo ostacola

Il mercato italiano dell’arte sta persino peggio della pessima congiuntura nazionale. L’Italia possiede uno stock di beni artistici incomparabile a livello internazionale. Anche l’ammontare di ricchezza reale delle famiglie, secondo la Bce, è molto elevata negli standard internazionali ma è concentrata nel mattone. Il mercato italiano dell’arte vive invece da tempo una situazione di crisi rispetto agli altri Paesi, come confermano i rapporti Nomisma 2012 e 2013, e perde nella comparazione internazionale: da anni il Rapporto Tefaf (cfr. articolo a p. 47) imputa all’Italia l’1% del fatturato mondiale delle aste. Un valore di pura «rappresentanza».
Tanti invece affermano che la nostra cultura è il principale asset su cui puntare: Confindustria chiede una politica attiva e «Il Sole 24 Ore» iniziative per far partire la relazione tra cultura e sviluppo. L’industria della creatività vuole investimenti nell’educazione di questo settore e nella capacità di sviluppo dei prodotti. Ma non si deve trascurare il mercato dell’arte, poiché in epoca moderna e postmoderna la sostenibilità economica dell’industria creativa e dei nostri artisti esige un solido mercato interno. Un esempio: il recente ingresso nel «giro» internazionale degli artisti brasiliani, finora sostenuti solo dal mercato interno. Ciò è accaduto anche nel Rinascimento. Chi ha visitato la mostra di Bembo nel 2013 lo ricorda: un diffuso collezionismo privato interno è l’indispensabile «supporter» della filiera dell’arte.
Il collezionismo privato è infatti il primo, più importante filtro nella selezione di un patrimonio artistico. Custodisce, valorizza ed è base del successivo riconoscimento pubblico del bene. Il ruolo del collezionista nell’innestare un circolo virtuoso andrebbe riconosciuto dallo Stato, che dovrebbe istituire una sorta di patto implicito. Questo finora è mancato perché in Italia non c’è stata alcuna attenzione per il mercato e la domanda d’arte, mentre le politiche a sostegno di altri settori non sono cosa nuova. Si è sostenuta la domanda di autovetture, cicli e motocicli con diversi strumenti incentivanti, come la rottamazione, oppure i recenti ecobonus per veicoli ecologici. Sono state introdotte detrazioni per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici. Il settore energetico e quello dell’edilizia sono stati sostenuti con agevolazioni fiscali (Legge di Stabilità 2014). In un lungo elenco gli incentivi alla domanda di prodotti culturali non compaiono mai.
Una politica di agevolazione fiscale per la domanda culturale e in particolare d’arte è invece l’unico strumento possibile (già usato in Francia, Usa e Gran Bretagna). Nell’arte non è possibile «rottamare», né proporre detrazioni condizionate al miglioramento e all’aumento di efficienza dei beni, oppure a defiscalizzazioni.
In questi termini, su «Il Giornale dell’Arte» avevamo motivato l’opportunità di un rimborso dell’Iva sugli acquisti d’arte, da detrarsi all’atto del pagamento dell’Irpef (cfr. n. 326, dic. ’12, p. 13).

Le prime detrazioni

In un primo tempo qualcosa sembrava essersi mosso. Il decreto Destinazione Italia introduceva per le famiglie un rimborso del 19% del prezzo del libro fino a 2mila euro all’anno (mille per i testi scolastici e mille per tutte le altre pubblicazioni). Il presidente del consiglio Letta scriveva sul suo account twitter: «A chi voleva bruciare librerie abbiamo risposto in Consiglio dei Ministri con un intervento di sostegno alla lettura, ai lettori e quindi ai libri». L’obiettivo annunciato dal Governo con questa politica era quindi quello di incentivare l’acquisto di libri, manifestando la volontà di sostenere i consumi culturali. Il libro, infatti, in ogni sua tipologia (narrativa, saggistica, per ragazzi, per l’istruzione e varia) è sia bene manufatto, sia arte riproducibile al pari di cinema e disco. Questo provvedimento rompeva allora la linea di confine, sottile sotto un profilo concettuale ma già allora insormontabile in ambito politico, fra una politica settoriale industriale e una settoriale culturale.
Questa rottura risulta ancora più evidente se ci soffermiamo sulla linea di confine. Tra i libri vi sono libri d’arte, con un testo di critica e storia dell’arte e con un apparato iconografico che è indispensabile educazione visiva. Questi volumi, al pari di un qualsiasi libro di narrativa, sarebbero evidentemente stati ammessi alla detrazione. Si pubblicano anche i libri d’artista, opere d’arte in foggia di libro, e distribuiti sia nel mercato dell’arte sia in quello del libro (chi abbia visitato ArteFiera di Bologna ha trovato queste edizioni nella sezione di editoria). Salvo alcune eccezioni di opere uniche, sono edizioni numerate a tiratura limitata, pubblicati da una casa editrice nel rispetto delle norme di legge; non c’è quindi motivo per non ritenere che anche questi oggetti possano beneficiare della detrazione. Con i libri d’arte e d’artista si passa dal sostegno della domanda di prodotti industriali per entrare nella filiera dell’arte.
In teoria con questa agevolazione si sarebbe originato un diverso trattamento, difficilmente giustificabile. Il collezionista che paga 2mila euro un libro d’artista di Mimmo Paladino avrebbe potuto beneficiare del sostegno e dell’incentivo fiscale ottenendo così un rimborso di 380 euro, quindi con un costo effettivo di 1.620; quello che compra, poniamo, per lo stesso prezzo una grafica di Paladino, magari con la stessa tiratura del libro, spenderà 2mila euro senza sconti. L’obiettivo che era stato enunciato dal Governo suggerisce che invece è tempo che la politica prenda in esplicita considerazione interventi settoriali per l’arte visiva, al pari di quanto proposto per l’editoria e altri prodotti industriali. Questo passo potrebbe comportare alcune specifiche difficoltà. Eccole.
Non è chiara la distinzione fra arte e artefatto, tema su cui si muove un’abbondante e non conclusiva letteratura, e su cui sono profondamente divisi sociologi, storici e critici dell’arte e anche artisti. La legge, invece, pretende una chiara distinzione, che non può essere lasciata alla discrezionalità della Finanza. È necessaria, quindi, una regola pratica, come fu quella del Tariff Act del 1913. Il libro è facilmente riconoscibile dal codice identificativo (Isbn), ma l’arte non ha un tale codice. La ratio del decreto ci guida: se il libro ha nell’editore il suo «gatekeeper», allora ciò che è pubblicato da una casa editrice è libro, senza ulteriore giudizio di merito. Se l’arte visiva ha nel mercante ufficiale (galleria o casa d’aste) il suo «gatekeeper», allora ciò che è venduto in galleria o in asta è arte, senza ulteriore giudizio di merito.
Altra difficoltà è la frequente assenza di contratti scritti nella compravendita d’arte, che spesso si conclude con una stretta di mano, facendo esclusivo affidamento sulla reciproca affidabilità. Un documento, invece, è indispensabile per dimostrare al fisco il diritto alla detrazione. In pratica, anche questo problema non è una vera difficoltà. Come le librerie si dovrebbero organizzare per documentare con fatture o rendiconti annuali gli acquisti dei loro clienti, allo stesso modo gli intermediari professionali potrebbero emettere all’atto dell’acquisto, oltre alla propria copia della fattura, due documenti da consegnare all’acquirente: la fattura originale e un’altra copia in originale. La fattura originale è conservata dal collezionista (eventualmente allegandola all’opera) per dimostrare in futuro il titolo, la causa e il valore originario della sua proprietà. La copia è il documento valido a fini fiscali, per ottenere la detrazione di 380 euro sull’opera, esattamente come avrebbe dovuto avvenire per chi acquista libri.
La terza difficoltà risiede nella ratio che motiva l’ammissione della detrazione. Se interpretiamo la detrazione fiscale come un rimborso dell’Iva, la difficoltà risiede nel diverso regime fiscale fra editori e gallerie: il sistema ordinario nel libro e il sistema del margine nell’arte, quest’ultimo basato sull’idea che l’opera d’arte è un «bene usato». Il problema non emerge per le aste, dato che in questo caso l’imposta è commisurata al valore del servizio reso, cioè le commissioni pagate da compratore e venditore. La difficoltà nasce dalla constatazione che il sistema del margine non richiede, anzi vieta, l’indicazione distinta dell’Iva in fattura, elemento invece indispensabile per valutare l’entità del rimborso fiscale. Tuttavia, anche il libro porta in quarta di copertina il prezzo complessivo, senza indicazione distinta dell’Iva, anche se in questo caso lo scorporo sarebbe un facile calcolo. Ricordiamo che a fronte di un’aliquota ordinaria del 22%, sui libri, compresi anche i libri d’arte, l’aliquota è al 4% (gli ebook, invece, hanno un’assurda diversa aliquota del 22%). La legge, comunque, non richiede per il libro lo scorporo dell’Iva, quindi il 19% sarebbe da considerare come detrazione forfettaria piuttosto che come rimborso dell’imposta pagata. Nell’ordinamento fiscale italiano la detrazione forfettaria è già applicata in molti altri casi, che riguardano proprio attività e prodotti industriali che rientrano nel regime del margine, per esempio i prodotti agricoli. Allora, cade anche quest’ultima obiezione: il regime del margine non è in contraddizione con una detrazione fiscale forfettaria. Le tre difficoltà richiamate non sono insormontabili. Anzi, ci vuole ben poco per superare il confine che dalla politica settoriale del libro porta alla politica settoriale per l’arte.

Quali correttivi se mancano la coperture

In un secondo tempo, in sede di conversione in legge del decreto, è apparso con evidenza il problema dell’insufficiente copertura finanziaria, che per i libri prevedeva di utilizzare i 50 milioni di euro strutturali della Comunità Europea per un ipotetico bacino di utenza di 29 milioni di contribuenti Irpef. Nella legge 147/2013 (in vigore dal primo gennaio 2014) si sono introdotti vari correttivi: si è limitata l’utenza agli studenti delle medie superiori, per una platea di 2,7 milioni di persone; si è fatto esplicito riferimento ai soli «libri di lettura», che non corrispondono però alla classificazione standard dei libri, ma che pensiamo faccia riferimento ai testi consigliati dagli insegnanti; si è cambiato il destinatario delle agevolazioni, sostituendo le «persone fisiche e giuridiche» con gli «esercizi commerciali che effettuano le vendite di libri al dettaglio».
Il mutamento del destinatario non produce un vero effetto: il libraio diventa un sostituto di esenzione, anticipando lo sconto che recupererà sulla propria denuncia dei redditi. Potrebbe però esserne avvantaggiato se praticava ai clienti abituali una riduzione sui prezzi: in questo caso il libraio sostituisce lo sconto dello Stato al proprio, lucrandone la differenza, senza vantaggi per l’editore. Il vero punto che fa la differenza riguarda la certezza della spesa statale. Incerta nella prima formulazione è ora certa, perché legata alla fornitura di voucher agli studenti. Non è poi chiaro se ogni studente, indipendentemente dallo status familiare, avrà «a pioggia» un bonus di 19 euro o se ne beneficeranno solo alcuni, fino al raggiungimento dei 50 milioni disponibili.
Il provvedimento risulta fortemente ridimensionato nella sua portata, ma la ratio di un sottile confine fra libro e arte è parzialmente confermata. Per ogni istituto in cui si studia storia dell’arte, ma specialmente per gli studenti degli Istituti d’arte, i libri di lettura possono identificarsi ancora con i libri d’arte. Parzialmente, perché di fatto si escludono i libri d’artista: è difficile pensare a uno studente come a un collezionista, e ancor più difficile che una spesa significativa possa essere indicata come lettura consigliata. Peraltro, il calcolo proposto in sede di conversione del decreto ci appare semplicistico. Non si capisce perché alcuni beni siano preferiti ad altri. Non si tiene conto che lo sconto riguarda in primo luogo i lettori, in Italia una parte molto limitata dei contribuenti. Non si tiene conto dei benefici effetti esterni legati all’accrescimento culturale della nazione. Non si tiene conto che nel commercio dei libri è diffuso il problema della riproducibilità illegale, e che il bonus potrebbe ridurre l’entità del mercato sommerso, accrescendo le entrate fiscali.
Quest’ultimo punto, invece, è ancora più rilevante per il mercato dell’arte, dove l’evasione fiscale è diffusa. La detrazione fiscale, sia per il libro sia per l’arte, potrebbero consentire l’emersione degli scambi sommersi, accrescendo la base imponibile e aumentando il gettito. Infatti, l’esistenza di una corretta fatturazione è una certificazione del valore dell’opera e costituisce una documentazione determinante per la formazione del prezzo nelle rivendite. Un «ragionevole» incentivo fiscale può allora produrre un forte effetto sul collezionista per cercare una corretta fatturazione, rifuggendo dal sommerso e riducendo il peso di courtier e commercianti occasionali. Una più attenta valutazione della copertura di bilancio, rispetto agli obiettivi di governo, motiverebbe quindi l’arretramento di un passo della politica rispetto all’iniziale formulazione di manovre al confine fra interventi settoriali industriali e culturali. Ma non si dovrebbe rinunciare, come diceva John M. Keynes, a formulare con anticipo un «parco progetti», da implementare appena se ne apre l’opportunità. I tempi almeno per progettare sono del tutto maturi.

Il caso dell’arte visiva

Per l’arte visiva, dato il diverso valore degli oggetti, la diversa base di applicazione dell’imposta indiretta e la differente natura ed estensione del mercato, le soglie potrebbero essere mutate rispetto al caso dei libri, con una minore aliquota e una maggiore soglia massima: ad esempio, il 15% di rimborso sul prezzo, per un importo massimo annuale di 5mila euro, sia per gli acquisti in galleria o in asta. Comunque la ratio della legge rimarrebbe quella di un rimborso dell’imposta, da applicarsi al prezzo per gli acquisti in galleria e alle commissioni pagate dal compratore per gli acquisti in asta. Dai valori cui i media ci hanno abituato, si dovrebbe desumere l’inefficacia di tale provvedimento, ma non è così. Innanzitutto, per gli acquisti in asta, poiché il rimborso sarebbe commisurato alle commissioni: 5mila euro di commissioni corrispondono, considerando una percentuale media del 25% dei diritti pagati dal compratore, a 20mila euro del prezzo d’acquisto. Tra acquisti in galleria e in asta, il mercato interessato dal provvedimento sarebbe quello inferiore o uguale ai 20mila euro. Incrociando i dati Tefaf, che stimano nel 26% la quota degli scambi sotto i 3mila euro, e i dati Siae per l’Italia (Nomisma, 2013), che rileva il numero di scambi superiori a 3mila euro, possiamo stimare nell’83% la percentuale del numero degli scambi d’arte con un prezzo non superiore ai 20mila euro. Allora il provvedimento muoverebbe il «vero» mercato dell’arte e non solo quello dei top wealth clients. Comunque nel dare una giustificazione di equità alla detrazione dobbiamo tener conto che, per effetto della soglia massima ammessa, il rimborso è regressivo e le aliquote divengono ben presto irrisorie: ad esempio, un acquisto di 300mila euro darebbe diritto a un rimborso del 2,5 per mille del prezzo. Una manovra come quella descritta, rivolta a stimolare la domanda d’arte avrebbe effetto sull’intera filiera del mercato, e in primis i giovani artisti, le cui opere si inseriscono proprio nella fascia di mercato considerata. Tutto ciò consentirebbe di coniugare creatività e sviluppo, usando anche il mercato. Inoltre, dando chiarezza a un mercato  che esige la fatturazione e richiede valori palesi, si ridurrebbe il mercato illegale, aumenterebbe la trasparenza, avvicinando probabilmente nuovi collezionisti al mercato ufficiale, nel contempo riducendo l’esborso netto dello Stato, dato l’incremento della base imponibile. Non vi è ragione, quindi, per non compiere il passo che ancora divide i libri e i libri d’arte dai libri d’artista e dall’arte visiva. Perché non lo si compie? L’assenza di una strategia pubblica di valorizzazione economica, giuridica e culturale dell’arte può aver contribuito alla scarsa tenuta in Italia dei beni d’arte moderna e contemporanea nei confronti dell’inflazione e del ciclo economico. Se poi osserviamo che nell’antiquariato la pesante situazione meriterebbe una maggiore attenzione delle istituzioni, rivolta a sostenere un mercato che è pure nella tradizione culturale italiana, risulta palese la clamorosa, colpevole assenza di una strategia pubblica rivolta al complesso del mercato dell’arte. L’opportunità di sostegno al mercato è evidente, e la soluzione non è lontana. La politica non è si ancora «accorta» del problema e ancora non c’è un progetto che dimostri almeno un’attenzione al problema. All’estero non è così. Anthony Browne ci informa della British Art Market Federation, che riunisce tutti gli operatori di mercato inglesi, dealer e case d’asta, nel sostenere la comunicazione e il dialogo verso il governo. Browne considera l’azione della Bamf come una concausa del fiorente mercato inglese dell’arte. In Italia, il mercato è rappresentato da Aai (Associazione Antiquari Italiani), Fima (Federazione Italiana Mercanti d’Arte), Angamc (Associazione nazionale delle gallerie d’arte moderna e contemporanea) e Anca (Associazione nazionale case d’asta). La frammentazione è maggiore, il potere di lobbying rispetto agli inglesi è quindi minore.
Prima che la politica possa risvegliarsi e capire, basta una chiara lettura di fatti osservabili per comprendere la necessità e i vantaggi di un supporto al mercato dell’arte.

Articoli correlati:
Quadri e sculture non sono «beni usati»

Guido Candela, Emanuela Randon, Antonello E. Scorcu, da Il Giornale dell'Arte numero 341, aprile 2014


Ricerca


GDA luglio/agosto 2019

Vernissage luglio/agosto 2019

Il Giornale delle Mostre online luglio/agosto 2019

Ministero luglio 2019

Guida alla Biennale di Venezia maggio 2019

Vedere a ...
Vedere in Calabria 2019

Vedere nelle Marche 2019

Vedere in Puglia e Basilicata 2019

Vedere in Trentino luglio 2019

Vedere in Friuli giugno 2019

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012