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Vernissage

Roma, NapolI e TorIno

Beato Spalletti (angelico astrattista)

Al MaXXI, alla Gam e al Madre una triplice monografica esalta spazialità, intimità e spiritualità di un artista che chiede al visitatore di riscoprire la contemplazione

Ettore Spalletti

Per quanto riguarda la realizzazione di un progetto espositivo la collaborazione tra grandi istituzioni museali può avvenire fondamentalmente in due modi: concependo una mostra itinerante che, seppur con piccoli cambiamenti, si sposta da una sede all’altra o, com’è avvenuto per questo grande omaggio a Ettore Spalletti, pensare a un unico evento diviso in tre città, con inaugurazioni che si succedono a ritmo serrato e un numero di opere tale da presentarsi come una debordante retrospettiva che invade tutto il territorio nazionale da Nord a Sud. Ed è così che «Un giorno così bianco, così bianco» si rivela essere una vera e propria celebrazione dell’artista abruzzese, fortemente voluta da tre dei più importanti musei del contemporaneo in Italia: il MaXXI di Roma (fino al 14 settembre, cfr. lo scorso numero p. 30), la Gam di Torino (fino al 15 giugno) e il Madre di Napoli (dal 13 aprile al 18 agosto). Come afferma Andrea Viliani, curatore insieme ad Alessandro Rabottini della mostra napoletana, si è voluto «contribuire, con questo progetto tripartito, alla costruzione di un modello collaborativo fra istituzioni museali italiane che permetta di svolgere ancora meglio un compito imprescindibile per i nostri musei, quello del sostegno all’arte italiana sulla scena nazionale e internazionale».
Ettore Spalletti, nato a Cappelle sul Tavo (Pe) nel 1940, è tra gli artisti italiani più importanti della sua generazione. Il suo è un lavoro difficilmente riducibile a una corrente artistica; porta infatti avanti, fin dal 1975, un suo personale discorso sullo spazio e sulla luce con un rigore di ascendenza minimalista. I suoi quadri, le sue sculture e i suoi ambienti danno la sensazione a chi li osserva di poter toccare il colore, di ricevere un’esperienza fisica e reale di qualcosa che, in verità, è astratto e ideale. Lo spazio di Spalletti si fa infinito pur nelle tre dimensioni, andando quindi a intaccarne una quarta, totalmente astrattizzante, assoluta, avvolgente e, quindi, spirituale. Ed è così che una celebrazione in contemporanea in tre musei italiani sembra sottolineare quest’idea di espansione e di materializzazione della luce, tanto diversa nelle tre città. Spiega Anna Mattirolo, curatrice della mostra al MaXXI: «L’intervento di Spalletti è nella Galleria 4, una delle più importanti del Museo. L’ambiente è strutturato ponendo l’accento sull’aspetto spaziale del suo lavoro, mettendo bene in luce la sua riflessione sulla bidimensionalità e-o tridimensionalità delle opere. È difficile definire l’artista abruzzese come un pittore piuttosto che come uno scultore; le sue opere vanno infatti dalla bidimensionalità alla tridimensionalità in modo continuo e molto fluido, per cui anche le opere a parete assumono esse stesse una terza dimensione. Quello che emerge, qui come altrove, è la preziosità della stesura del colore che, in fondo, è uno dei suoi aspetti più caratteristici». Riguardo invece al rapporto con le complesse architetture di Zaha Hadid la direttrice sottolinea che, «come tutti i grandi artisti, Spalletti si è inserito nelle sale del MaXXI in modo totalmente armonico: lo spazio del Museo è diventato lo spazio di Spalletti».
Danilo Eccher, direttore della Gam, sottolinea come la mostra da lui curata «pone, nella sede di Torino, un’attenzione particolare all’atmosfera generale del lavoro dell’artista, legata all’idea di studio, il luogo della nascita del suo linguaggio. Una specie di full immersion nell’idea della luce, del colore, dello spazio. È esposta una quarantina di opere in tutto, in parte nuove e realizzate appositamente per questa occasione, e in parte storiche, che rappresentano aspetti caratteristici del lavoro di Spalletti, legati in particolare al concetto di ambiente».
La mostra a Napoli, spiega invece Andrea Viliani, «ha un’ambizione retrospettiva, ma senza adottare un impianto cronologico: come sempre con le opere dell’artista, che lavora contro e al di là dell’idea di tempo, non sono le date a contare quanto l’intima relazione fra le opere, ciascuna dotata di una sua “personalità” ma inserita in un dialogo di reciprocità. L’architettura stessa del Madre diventa quindi parte della mostra, con lo sviluppo cadenzato delle sue sale, con le finestre affacciate sui vicoli del quartiere di San Lorenzo. Mi sembra di poter evocare, pensando alla concentrazione intellettuale, fisica e anche spirituale di questa mostra, l’effetto che esercita sui visitatori il cammino nelle celle del monastero di San Marco a Firenze, decorate dagli affreschi-preghiera del Beato Angelico».

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Il reportage completo è pubblicato nel numero di aprile di «Vernissage», ora in edicola.

Silvano Manganaro , da Il Giornale dell'Arte numero 341, aprile 2014



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