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Fotografia

Parigi

Cartier-Bresson uno e trino

Prima grande retrospettiva a dieci anni dalla morte

Parigi. «Io osservo, osservo, osservo. È attraverso gli occhi che capisco»: così Henri Cartier-Bresson rendeva esplicito il proprio atteggiamento nei confronti del mondo e della creazione, e forse anche le ragioni per le quali era diventato, secondo i suoi contemporanei, «l’occhio del secolo». A dieci anni dalla sua morte, il Centre Pompidou dedica al maestro nato a Chanteloup-en-Brie nel 1908 la prima grande retrospettiva europea postuma, un’enorme rassegna composta da oltre 500 opere tra fotografie, film, disegni, dipinti, scalate lungo l’intero arco della sua esistenza, con particolare attenzione al periodo che va dagli anni Venti agli anni Settanta (fino al 9 giugno, a cura di Clément Chéroux, catalogo Editions du Centre Pompidou, 400 pp., e 49,90). La mostra odierna si struttura su tre assi portanti, cronologiche e tematiche insieme, con l’intenzione di fornire al pubblico una visione il più articolata possibile della molteplice creatività di HCB, secondo l’acronimo col quale era già conosciuto in vita. La prima sezione, che comprende gli anni dal 1926 al 1935, è concentrata sul periodo iniziale, nel quale il giovane figlio di industriali tessili si avvicina, dopo aver frequentato i corsi di pittura di Jacques-Emile Blanche e André Lohte, al gruppo surrealista, dal quale assume alcuni atteggiamenti (il gusto del gioco, la confidenza nel caso e il piacere della flanerie) e alcuni temi destinati a rimanere come segni indelebili del suo stile e della sua poetica. È il momento del Cartier-Bresson più inclinato al versante artistico, che trova forse il suo punto culminante nella mostra tenuta da Julian Levy a New York nel 1935 insieme ad Alvarez Bravo e Walker Evans, e nei coevi viaggi in Messico, al quale fa seguito, nel decennio dal 1936 al 1946, il fotografo, e poi cineasta, impegnato politicamente. Come ebbe a dire una volta lui stesso «Hitler ci soffiava sul collo. Eravamo tutti di sinistra. Non c’è niente di cui vergognarsi. Niente di cui vantarsi»: ecco allora gli appelli alla lotta, la partecipazione all’Associazione degli Scrittori e Artisti rivoluzionari, l’impegno nel cinema che da un lato gli «insegna a vedere», dall’altro gli permette di appoggiare la propaganda comunista anche nel corso della Guerra Civile spagnola. Il terzo e ultimo capitolo di questa saga dell’occhio è il più lungo, inizia idealmente nel 1947 con due eventi destinati a trasportare definitivamente il fotografo nel mito: l’apertura della sua mostra antologica al MoMA di New York (mostra nata come retrospettiva, poiché a lungo si è pensato che HCB fosse scomparso in guerra) e la fondazione insieme a Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert di Magnum, l’agenzia cooperativa divenuta negli anni il simbolo, quasi l’equivalente dell’idea stessa di fotoreportage. Fino al 1970, anno in cui Cartier-Bresson annuncia il suo ritiro ufficiale dalla pratica del fotoreportage, non c’è stato forse evento storico e luogo del mondo, dalla Russia sovietica alla Cina rivoluzionaria, dall’epopea di Gandhi alla rivoluzione cubana, che non abbia avuto nel fotografo, che del resto per primo aveva fotografato negli anni Trenta una rivoluzione silenziosa del costume come quella della introduzione delle ferie pagate, un testimone privilegiato, capace di narrare per immagini luoghi, persone e sensazioni. A fianco delle fotografie più note, la mostra espone anche numerosi scatti inediti o poco conosciuti.

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 340, marzo 2014



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