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Opinioni & Documenti

Mantova

La magia dell’assenza

Candida Höfer interpreta i capolavori dell’architettura mantovana

Candida Höfer, Teatro Scientifico Bibiena Mantova, particolare dei palchi, 2010 © Candida Höfer

Mantova. In Palazzo Te prosegue il progetto «La casa degli dei», ideato dall’assessore alla Cultura di Mantova, Marco Tonelli e giunto ora al suo terzo appuntamento dopo le mostre di Fabrizio Plessi e di Bill Viola. Al pari delle precedenti, anche la personale di Candida Höfer, intitolata «Mantova» (dal 15 marzo al 9 giugno, catalogo bilingue PubliPaolini) è stata concepita per entrare in dialogo e in risonanza con gli spazi magnifici della residenza gonzaghesca. Otto le grandi fotografie in mostra, tutte del ciclo realizzato da Candida Höfer tra il 2010 e il 2011 all’interno degli edifici di maggior rilevanza artistica di Mantova, dal Teatro Scientifico Bibiena al Museo di Palazzo Te, dalla Biblioteca Teresiana al Palazzo Ducale e alla Basilica palatina di Santa Barbara, da Palazzo Canossa al Museo di Palazzo d’Arco. In ognuna l’artista ha indagato, perlustrato, scandagliato con il suo occhio infallibile lo spazio prescelto, deserto di ogni presenza umana (non a caso il titolo, azzeccato, della sua prima grande mostra statunitense, nel 2006, era «Architecture of Absence»), andando in cerca di quella che definisce la «psicologia dell’architettura sociale». Sin dall’esordio la sua ricerca è stata rivolta ai luoghi pubblici, di volta in volta musei (come il Louvre o, più di recente, la Galleria Borghese di Roma), teatri, biblioteche, archivi, uffici, banche, di cui ha sempre voluto restituire l’essenza, non certo la funzione, dando vita a immagini raggelanti e al tempo stesso ammalianti: «spettrali» nell’accezione dechirichiana del termine, perché deserte sì, ma abitate con evidenza dal «dàimon», dal demone del luogo. Nata nel 1944 nel Brandeburgo, Candida Höfer è stata allieva a Düsseldorf di Bernd e Hilla Becher, affrancandosi però ben presto dal rigoroso bianco e nero dei due maestri per scegliere, come i suoi compagni di scuola (tra cui Thomas Ruff, Thomas Struth e Andreas Gursky), i sortilegi del colore.


Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 340, marzo 2014



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