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Milano

Una Regina senza visto d’ingresso

Al Pac la Galindo, che fa del corpo sofferente metafora sociale e politica: «Resto nel mio Paese perché puoi essere famosa quanto vuoi, ma per l’ufficio immigrazione sei solo una guatemalteca come tante»

Regina José Galindo, «¿Quién puede borrar las huellas?», 2003, Città del Guatemala, Guatemala. Foto di José Osorio / Víctor Pérez Courtesy dell'Artista e PrometeoGallery

Milano. Regina José Galindo, quarant’anni esatti, è un’artista guatemalteca che attraverso quelli che lei chiama «atti di psicomagia» mette in scena nelle sue performance la dimensione soppressa e rimossa della sofferenza, utilizzando il proprio corpo in chiave politica e polemica, alla stregua di uno strumento per non dimenticare, per riattivare i traumi del rimosso, le rovine della storia. Giovanissima fa il suo esordio internazionale nel 2001, alla XLIX Biennale di Venezia, curata da Harald Szeemann, per poi vincere il Leone d’oro come giovane artista nell’edizione del 2005. Sono gli anni in cui la Galindo comincia a lavorare con Ida Pisani e la sua Galleria Prometeo di Milano. Un falso Leone d’oro in una teca, nel Padiglione dell’Istituto Italo-Latinoamericano alla Biennale del 2011 riassumeva la vicenda dell’artista dopo il conferimento del premio alla Biennale di Venezia di nove anni fa. Un momento di difficoltà economica l’aveva costretta a vendere il prezioso trofeo, poi finito nella mani di un collezionista; i pochi grammi d’oro in una teca gemella erano quelli che la Galindo si era fatta estrarre dopo averci fatto otturare alcuni denti: da un lato la caduta di un leone alato, apologo sulla caducità dell’arte contemporanea; dall’altro la metafora della spoliazione colonialista delle risorse sudamericane.
La Galindo torna ora in Italia con una grande retrospettiva al Pac, «Estoy viva», curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola e aperta dal 25 marzo all’8 giugno. Una mostra che racconta attraverso fotografie, video, sculture e disegni il suo percorso, le sue performance dure, scomode, spesso violente e al limite della sopportazione umana: tra Body art anni Settanta e Azionismo viennese, tra corpo come «scultura sociale» in senso beuysiano e pelle come pagina poetico-metaforica. Abbiamo intervistato l’artista.
Questa è la sua prima mostra personale in un museo pubblico italiano. Il nostro Paese, forse insieme alla Spagna, è stato il primo in Europa a interessarsi al suo lavoro e a darle visibilità.
Credo che come l’Italia nessun altro Paese mi sia stato così vicino. In parte sarà per il Leone d’oro alla Biennale di Venezia, che mi ha aperto tante porte, e in parte anche per il duro lavoro che la Galleria Prometeo ha fatto per far conoscere e rispettare il mio nome e le mie opere.
Può parlarci di «Estoy viva», una mostra per la quale ha concepito una nuova performance?
«Estoy viva» è una rassegna completa del mio lavoro, dagli inizi nel 1999 fino a oggi. Non è una visione del passato ma l’idea di uno sguardo al futuro. Il titolo, oltre a riferirsi a un’opera scultorea presente in mostra, comunica l’idea di un lavoro che è in costante movimento, che scorre come un fiume e che non si ferma mai. Sono viva, sono qui, a pensare, fare, produrre, creare. Come artista devo dire che è importante quello che si è fatto, ma soprattutto quello che si può fare nel futuro.
Il suo percorso comincia con la poesia, che è considerata la più eterea e immateriale forma d’arte. Alla fine degli anni Novanta però, per lei, è divenuto improvvisamente importante l’uso del corpo, anche nella sua estrema durezza. Perché?
Non condivido l’opinione che la poesia sia l’arte più lontana dalla fisicità. La poesia è sintetizzata con il fegato, è razionalizzata con il cervello, è scritta con la mano ed è espressa col cuore. La poesia è pienamente corporea. Per me è stato un salto semplice ma importante e necessario. Passare dalla costruzione di immagini sulla carta a un altro tipo di immagini di tipo fisico è stato determinante nella mia crescita personale. Avevo troppa energia accumulata e il foglio di carta non era sufficiente ad assorbirla tutta.
Come prende forma nella sua mente l’idea di una performance?
Sono terribilmente precisa e ordinata. Di solito mi piace avere tutto sotto controllo o perlomeno il più possibile. È fondamentale un buon lavoro di pre-produzione per evitare che un imprevisto negativo possa danneggiare il lavoro. Quando si lavora con il pubblico, è chiaro, le regole cambiano. E come artista fai il possibile per fare in modo che le cose vadano come avevi in mente, però c’è sempre un piccolo rischio che bisogna assumersi. Tale rischio mi infonde molta paura, però le paure devono sempre essere superate.
Nel suo lavoro l’idea della morte è molto presente: pensiamo, tra i lavori più recenti, a performance come «Cortejo», «Necromonas» ecc. Lei mostra il suo corpo come un corpo morto, come presenza fisica immobile: un corpo che diventa icona e non un campo di battaglia come in altre sue opere o in quelle di molti performer. Ha notato una differente reazione del pubblico?
La morte è sempre stata presente nel mio lavoro, sin dall’inizio, perché per parlare della vita è necessario parlare della morte e viceversa. In «Cortejo» il pubblico seguiva un carro funebre e seguiva quindi l’idea della morte. I partecipanti non mi vedevano fisicamente, ma sapevano che ero lì. Il pubblico è diventato l’ombra della morte, in una sorta di linea scura la tallonavano passo passo, la seguivano da vicino per non perderla di vista.
Molti critici hanno letto nel suo lavoro un debito verso Marina Abramović o Gina Pane, anche se lei ha dichiarato di sentirsi più vicina ad artisti latinoamericani come Ana Mendieta o Rosemberg Sandoval. Qual è il suo punto di vista sulle esperienze performative degli anni Settanta? E che cosa pensa della recente evoluzione del lavoro e della figura di Marina Abramović?
È una questione di potere. La storia viene raccontata dai potenti ed è normale che i riferimenti all’interno del sistema dell’arte si concentrino sulle grandi figure a esso asservite. È chiaro che mi sento più vicina alla Mendieta o a Teresa Margolles, a Sandoval o a María José Arjona, perché sono artisti che vivono in un contesto più simile al mio, vengono dal mio continente e condivido con loro le visioni, le storie, il passato, le tragedie. Sulla Abramović non ho nulla da dire. Può interessarmi o no la sua posizione attuale, non è importante. È un’istituzione che si è guadagnata il suo spazio lavorando, per questo la rispetto. Lei può fare della sua vita e della sua carriera ciò che meglio crede.
La situazione politica del Guatemala ha un ruolo importante nel suo lavoro. Specialmente dopo la Biennale di Venezia del 2005, lei è diventata molto popolare in Europa. Avrebbe potuto trasferirsi a New York o a Londra, e invece vive a Città del Guatemala. Questa scelta è anche un atto politico?
No, le cose non sono così semplici come sembrano. Ancora meno lo sono per una centroamericana, o meglio, per una guatemalteca. Non importa se tu sei conosciuta in Europa, in Giappone o in Patagonia. Per l’ufficio immigrazione sei guatemalteca e basta. Certo, vivo in Guatemala per convinzione, perché è la mia terra, perché qui ho le mie radici e so che ci sono molte cose da fare nel mio Paese. Ma più di una volta ho provato ad andarmene, non per sempre, semplicemente per crescere e per ampliare i miei orizzonti. Non è stato possibile. Non ho mai avuto un visto per vivere in un Paese del primo mondo. Tu puoi andare e venire come ti pare, puoi mostrare al mondo quello che fai, ma non puoi cercare di cambiare le regole o la mentalità della burocrazia dell’immigrazione, perché questo potrebbe essere un problema e metterti nei guai. Purtroppo grandi sogni e molte opportunità mi sono sfuggite di mano perché non avevo un visto. I confini non sono un concetto astratto. Le frontiere negano, separano, differenziano. I confini sono la più grande prova tangibile di quel sistema di potere che plasma la nostra vita. Il primo e il terzo mondo esistono molto chiaramente nelle menti delle autorità ed è attraverso il semplice atto del rifiuto di un visto che te lo dimostrano.

Silvano Manganaro, da Il Giornale dell'Arte numero 340, marzo 2014



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