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Mostre

Flaminio Gualdoni

Una retrospettiva su Piero Manzoni a Palazzo Reale privilegia l’intimo rapporto con il collezionismo privato milanese. Ce ne parla il curatore

Piero Manzoni, Uovo scultura n. 21, 1960 uovo in scatola di legno 5,7x8,2x6,7 cm Fondazione Piero Manzoni, Milano Foto Bruno Bani, Milano

Milano. A cinquant’anni (più uno) dalla morte di Piero Manzoni, la sua città gli rende omaggio con una grande mostra a Palazzo Reale, prodotta con Skira e curata da Flaminio Gualdoni (autore di una biografia dell’artista recentemente pubblicata da Johan & Levi, cfr. n. 334, set. ’13, p. 22) e Rosalia Pasqualino di Marineo, nipote di Manzoni e curatrice della Fondazione a lui intitolata, con la quale la mostra è stata realizzata. Parte del progetto «Primavera a Milano» (il «palinsesto di eventi culturali, spiega l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno, che abbiamo voluto dedicare a tutti gli artisti che hanno fatto grande la nostra città»), la rassegna allinea dal 26 marzo al 2 giugno un centinaio di opere in un percorso cronologico che tuttavia tiene conto dei diversi filoni di ricerca esplorati da Manzoni: il lavoro mentale su «Linee» e «Achrome» e quello sul corpo, di cui è espressione, con altre opere, la lungamente vituperata «Merda d’artista», fino all’esperienza totalizzante del «Placentarium». Il tutto nella brevità della sua parabola: l’artista morì infatti improvvisamente nel 1963, a nemmeno trent’anni, nel suo studio nel cuore di Brera. Ne parliamo con Flaminio Gualdoni.
Era dal 1997 che Milano non dedicava un omaggio in una sede pubblica a Piero Manzoni. Perché tanto tempo?
Effettivamente su di lui è scesa per molti anni una patina di oblio. A suo sfavore ha lungamente giocato l’essere identificato, da molti, con la «Merda d’artista». Ricordo ancora l’espressione di orrore con cui reagì un lontano assessore milanese quando gli proposi una mostra di Piero Manzoni. Ovviamente non se ne fece nulla.
Quali sono le caratteristiche di questa mostra?
Credo che la sua vera originalità consista nel fatto che nel ricostruire integralmente il percorso di Manzoni ci siamo basati su opere in gran parte milanesi. Non potevano certo mancare i lavori di Herning, imprescindibili, ma abbiamo voluto mettere l’accento sul collezionismo privato, specialmente milanese: in mostra ci sono i due magnifici «Achrome» acquistati dall’anziano ingegner Boschi alla sua prima mostra importante, oggi parte della collezione civica Boschi Di Stefano. Ma sono moltissime le opere di raccolte private mai uscite prima: Manzoni è sempre stato oggetto di un collezionismo da innamorati, e fra questi collezionisti, a cui siamo molto grati, l’amore per l’autore e il desiderio di valorizzare la sua opere prevale sul calcolo economico dei prezzi ormai altissimi dei suoi lavori, che avrebbe potuto indurli a non prestare. E che renderà sempre più difficile realizzare una sua mostra.
Cento opere non sono moltissime: perché questa scelta?
Abbiamo voluto puntare solo su opere esemplari, che abbiano valore singolarmente. E l’allestimento, molto pausato, si propone di evidenziarlo. Manzoni del resto non ha mai voluto spettacolarizzare il suo lavoro: in anni in cui dominava il gigantismo, lui ha sempre fatto opere piccole; privilegiava infatti una sorta di «concentrazione» sull’opera, un rapporto ravvicinato, che è evidentemente l’opposto di quello dell’Action painting.
Ci sono anche opere degli artisti stranieri che gli furono vicini?
No, la mostra è rigorosamente monografica. I rapporti con gli artisti europei a lui vicini sono però affrontati in modo approfondito in catalogo nei saggi di Giorgio Zanchetti, Francesca Pola e Gaspare Luigi Marcone.

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  • Flaminio Gualdoni. Foto: Giorgio Lotti

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